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"Una farfalla prima d'esser tale e spiccare il volo con ali variopinte è bruco e deve fare i conti con la terra umida. Bisogna esser disposti a non disprezzare l'utilità del fango se si vuol conoscere anche l'ebbrezza del cielo." -(piccolo stralcio tratto da un mio racconto contenuto in "Liberi e controcorrente come salmoni")-

domenica 23 ottobre 2011

Le labbra curve verso il cielo

Ore 7,00: una tazza d’orzo caldo lancia segnali di fumo, un nuovo giorno è cominciato.
La fioca luce autunnale gioca a nascondino con le intercapedini delle veneziane.
Un orifizio si offre al raggio di sole pallido: ne filtra un riverbero timido, ma in grado di tormentare le mie pupille, ancora particolarmente sensibili dopo una notte spesa più a leggere che a dormire.
Accendo la tv mentre metto sotto i denti un paio di biscotti al mais, uno zapping sbrigativo è in grado di travolgermi con imponenti razioni di tossine.
Sono già tutti in prima fila i despoti di questo paese ferito, tutti risoluti a sparare sentenze, sciorinando ricette e promesse miracolose.
Dietro front: voglio godermi la colazione in modo rilassato, metto su un cd di buona musica…la tv l’ho ammutolita perché ero già stanco d’osservare ipocrite dentature sorridenti a “vista di telecamera”. Ci si secca in fretta degli assassini della libertà. Si preferisce a non adito a lor signori “sciacalli incravattati”, che banchettano coi cadaveri delle nostre amate ma sfortunate utopie.
Lo stereo mi fa riaccomodare nei meandri della pace. Ho ancora un quarto d’ora buono prima di recarmi a lavoro, perciò mi godo ogni singola nota della superba “ At my most beautiful” dei R.e.m.
Micheal Stipe sussurra: << I've found a way, a way to make you smile >>. (Ho trovato un modo, un modo per farti sorridere).
Sbircio furtivamente il mio volto riflesso nel portello di vetro del fornetto a micro-onde e scovo in effetti un sorriso, inaspettato, cristallino, semplice come un dipinto naif.
Una miscela di sapori discordi s’infiltra nelle mie arterie. Il retrogusto asprognolo si amalgama al dolce dei ricordi. Una voce perseverante mi ricorda che questa straordinaria band si è sciolta poche settimane fa, consegnandosi alla storia della musica, intesa più come arte che come show-business.
Mi sovviene ancora la mia incredulità, mentre leggevo lo scarno ma poetico comunicato per noi ammiratori: << Un saggio una volta disse che la cosa più importante quando si va a una festa è sapere quando è il momento di andare via. Abbiamo costruito qualcosa di straordinario insieme ed ora è tempo di abbandonarla. Abbandoniamo le scene con un grande senso di gratitudine, di realizzazione e di stupore per tutto quello che abbiamo realizzato. A tutti quelli che si sono emozionati con la nostra musica, i nostri più profondi ringraziamenti per averla ascoltata >>.
Così se n’è andato un altro pezzetto di quell’indescrivibile mosaico di vita che hai reso i miei anni ’90 qualcosa d’irripetibile, nella mia genuina sprovvedutezza.
Niente paura e bando alla retorica del “c’era una volta”. La lezione l’ho imparata da tempo: meglio non cedere alla “sindrome del torcicollo” che soventemente ci offusca la visione, occultandola nel tunnel dell’amarcord. Il mondo non si ferma per niente e nessuno, tutto si evolve e nulla è più certo del cambiamento.
Zaino in spalla, due mandate di chiave alla porta di casa, passo spedito ed immancabili auricolari ai timpani: il lieto risveglio musicale prosegue anche durante la mia marcia. “Back in your arms” di Bruce Springsteen e “Verranno a chiederti del nostro amore” di De André mi deliziano il tragitto.
Come in un copione perfetto giungo a destinazione proprio mentre quest’ultima canzone finisce, con lo struggente interrogativo di “Faber” che canta : << …O resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro, senza chiederti come mai? Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? >>
Una corrente d'aria sembra volermi penetrare le ossa senza domandarmi neppure il permesso. M’infilo i guanti a “mezze dita” ai quali tanto sono affezionato.
Le prime foglie rosse cadute dagli alberi occupano l’asfalto, giostrando vorticosamente, muovendosi come un plotone calamitato ai bordi del marciapiede.
Sotto casa mia ho intravisto, come ogni giorno, quella Citroen verde coi copri cerchioni particolari. Da due anni a questa parte è parte del mio quadro visivo quotidiano. Ho trascorso un intero inverno a riflettere su come quest’auto fosse assurdamente simile in ogni minimo particolare alla macchina di Claudia. Spesso mi perdervo in queste coincidenze, proprio dopo aver lungamente chiacchierato al telefono con lei, disquisendo amabilmente di tutto: dal particolare più divertente e ridanciano al discorso più profondo.
Ora credo che le coincidenze in verità non esistano, sono consapevole che vi siano invece “segni” e conseguentemente la nostra abilità nel coglierli o meno.
Sarà una lunga giornata lavorativa, ma fortunatamente in questi giorni sono così vicino a casa da pater poi fare una sana passeggiata distensiva.
Ore 17,00: lo zaino torna ad essere incollato alla mia schiena come un simpatico Koala.
Devo passare in posta a svolgere alcune commissioni << Magnifico! >> penso reiteratamente tra me e me: << Quale occasione migliore per passare al Jolly Bar e bere un caffé con una deliziosa spolverata di cannella? >>.
All’ingresso m’imbatto in un tenero incontro: c’è un delizioso cagnolino privo di una zampa. L’accarezzo istintivamente, mentre lui festoso mi porge il muso facendo leva sulle sue robuste tre zampine. Il premuroso padrone mi descrive sapientemente quanto questa creatura sia, a suo modo, un esempio singolare di tenacia ed attaccamento alla vita. Infine mi saluta mettendomi a conoscenza del nome  di quella dolce creatura: << Il suo nome è Seth>> .
Sorrido ancora, le labbra si inarcano come questa mattina, quando ho preso alla lettera il consiglio che i R.e.m. mi hanno lasciato in eredità.
In lontananza osservo Seth camminare alla sua andatura: è  fiero, coraggioso, inarrestabile. Pronuncio sottovoce qualcosa che è lì, in bilico sulla mia lingua: << l'eccezione è il volto a cui do il mio interesse nella regola >>.
Mi sposto nel vialetto che giunge alla sede della posta. Una sconosciuta mi strizza l’occhio: il mondo oggi mi appare inspiegabilmente meno arduo del solito, a tratti persino semplice e vanigliato.
Fuori dall’ufficio delle poste mi faccio abbracciare da un vigoroso respiro di vento.
Apro le braccia per sentirlo circumnavigare il mio corpo e mi cullo nelle domande, sempre più convinto del fatto che le persone davvero sagaci non siano quelle che hanno tutte le risposte in tasca, quanto piuttosto quelle che sappiano porsi le domande giuste al momento opportuno.
Proseguo verso casa, spinto da una cieca fiducia, che a piene mani depongo nell’universo.
Al semaforo rivedo Seth, il quale abbaia per porgermi il suo saluto.
Mi volto: la Citroen verde coi copri cerchioni bizzarri è proprio dinanzi a me, la proprietaria del veicolo poggia la sua borsa sul sedile accanto poi raccoglie i fluenti capelli con un mollettone.
Somiglia in maniera clamorosa a Claudia, solo un po’ più matura d’età, ma la similarità è davvero sorprendente, al punto che arrivo a sorridere e pensare: << Perbacco, potrebbe essere lei tra una dozzina d’anni! >>.
La donna avvia il motore e prima di chiudere la portiera sinistra accende l’autoradio pasticciando un poco sui vari tasti come fossero graziosi soprammobili di una generosa bancarella. Lo specchietto retrovisore interno diviene per un istante il suo camerino personale: una ripassata al trucco con una matita per labbra color mattone ed un esperto ritocco alla graziosa riga nera sopra gli occhi…ed ecco che la canzone parte precedendo il mio stupore con fatalità disarmante.
Il ritmare dolce delle prime note al pianoforte precede un timbro vocale che riconosco al primo mormorio.
E’ un batuffolo di cotone soffice, una voce che mi lambisce come una carezza lungo l’intera epidermide, oramai totalmente in balia dell’emotività: << I've found a way, a way to make you smile >>.
I miei trentasei denti fanno nuovamente bella mostra di sé, incorniciati da labbra i cui vertici sembrano raggiungere prima le orecchie e poi il cielo.
C’è poco da fare: amo la vita e adoro le vite vissute fuori dai pentagrammi.

 - ALESSANDRO DE  VECCHI -


venerdì 14 ottobre 2011

Cosa bolle in pentola ? :))

Da oggi questo piccolo spazio ha due novità, le si può notare facilmente dando un'occhiata allo spazio sulla destra del blog. Due rubriche, una chiamata "il video del giorno" e l'altra "un aforisma al giorno". 
Lo spazio dedicato agli "aforismi storici e famosi" si aggiorna in automatico alla mezzanotte (per cui ogni giorno avremo una "perla nuova", di qualche grande filosofo o scrittore da leggere. Il video invece lo "carico" io (a mio piacimento o perchè no su consiglio di chiunque voglia)...e farò in modo di farlo in più spesso possibile compatibilmente coi miei impegni. 
Questi due semplici esperimenti li ho fortemente voluti proprio per rendere il blog sempre più attivo (e spero anche interattivo): in fondo è bello sapere che da qualche parte v'è qualcuno che viene a far visita in una "casa" che io definisco comune e nostra, per vedere quali novità e spunti di riflessione comuni possano esserci  :-))

Un abbraccio a tutti!
Vi lascio con un pensiero che mi è sgorgato spontaneamente poco fa : 
<< L'eccezione è il volto a cui do il mio interesse nella regola >>. ( ALESSANDRO DE VECCHI )

Buena vida!  :-)
 

lunedì 10 ottobre 2011

Controcorrente come i salmoni... ( il sogno prende forma)

Rieccoci qui, cari amici. Dove c'eravamo lasciati? A Settembre giusto? Un Settembre insolitamente caldo e pregno di pensieri. Ognuno di voi mi ha regalato un commento per me preziosissimo, un'impressione di vita che ha voluto condividere qui con me e con gli altri presenti.
Oggi stavo rileggendo e correggendo la prima stesura del libro al quale sto lavorando da un anno a questa parte. Lo sento sempre più parte integrante di me. Ogni giorno che passa, piccole gocce d'inchiostro si aggregano ed io realizzo quanto questa creatura (in stato ancora embrionale) stia vivendo di vita propria, qui all'interno del mio intimo, crescendo quotidianamente...proprio come un'entità che evidentemente non vede l'ora d'uscire e fare la propria strada nel mondo insieme a voi :-)
Da oggi questo sogno ha un nome ben preciso : << Controcorrente come i salmoni >> (storie di vite vissute fuori dai pentagrammi). 
Soffermandomi a riflettere sulla curiosa vita di questa specie acquatica ho compreso ancora di più il perchè questo titolo calzasse a pennello per il "prossimo nascituro". Il salmone è un essere vivente che rappresenta da sempre la natura "anticonformista", libera da paletti prefissati e percorsi prestabiliti da qualcun altro. Ma il suo modo di non conformarsi "supinamente e passivamente" non è mai fine a se stesso, nè tanto meno dettato dalla reazionaria voglia d'attirare attenzioni in maniera egocentrica. Egli segue in verità spontaneamente "il flusso della vita",  in modo indipendente e molto arguto: risale la corrente mostrando forza e determinazione insita in sè, per tornare dal mare alla sorgente d'acqua dolce, laddove è nato. Lì deporrà le uova e darà ai nuovi esemplari il miglior habitat possibile alla loro esistenza.
Quest'affascinante percorso inconsciamente ha ispirato anche me, che come tutti mi affanno a nuotare nelle acque agitate della vita, imparando a sbracciare anche contro corrente quando serve...ma sempre e solo per seguire il mio naturale flusso e deporre le "mie uova" ( che sono rappresentate nel mio caso da gesti, parole ed esperienze).
Oggi ho voluto unire tra di loro piccoli sprazzi di manoscritto. Prelevarli dai vari racconti diversi che lo compongono e farne un "piccolo collage". Una sorta di "tagli e cuci", buono per condividere con voi un piccolo riassunto che ci dia il gusto ed "il senso" di ciò che sta pian piano prendendo forma. Buona lettura come sempre a tutti coloro che ne hanno piacere, scambiare opinioni con VOI è per me un vero PRIVILEGIO. Vi abbraccio calorosamente!

 - ALESSANDRO  DE  VECCHI -

 ( Ringrazio di cuore la mia cara amica Emanuela Bianchi, che sta realizzando questa meravigliosa illustrazione . E'  "la bozza della copertina" - non ancora terminata - ma adoro appunto mostare le fasi di lavoro che precedono il risultato finale ).


........ (segue da narrazione antecedente)....la sera precedente, al pub, tra un piatto ed un bicchiere di vino, avevo intravisto sul bancone un pesciolino rosso. Un “apparentemente banale” pesce rosso, che stava dentro ad una minuscola e misera boccia di vetro. La cosa inspiegabilmente rapì la mia attenzione. Non lo so se per via di qualche bicchiere di troppo, o per la malinconia che albergava in me… sta di fatto che iniziai a provare compassione per quella creatura. Se ne stava li: in quello spazio angusto e insufficiente ad una dignitosa esistenza. Non faceva altro che nuotare in senso orario, consumando quei pochi centimetri di vita che aveva a disposizione, in pochi istanti. Ben presto mi face una pena pazzesca. Me lo immaginavo impazzire dalla voglia di fuori uscire da quella “galera”. Prendere la rincorsa per frantumare quella boccia e cominciare a vivere davvero, al di fuori di quel ridicolo catino da “attrazione circense”.
La verità è che mi sentivo anch’io esattamente come quel pesce. La mia boccia di vetro era rappresentata invece da una vita che mi andava oramai troppo stretta, addirittura al punto sentirmi “murato”, in una spazio senza speranze né barlumi luminosi.
Più in la nel tempo provai a realizzare che evidentemente quel pesce e quella sfera di vetro al pub forse neppure esistevano. Già, esattamente così: probabilmente come in un miraggio le avevo semplicemente immaginate e proiettate io… perché era sintomatico che quel triste pesciolino imprigionato, ero in realtà io: ostaggio di una vita di cui non ero più il timoniere.
Nell’esporre questo segreto ai miei amici avevo più volte usato il termine “esasperata prudenza”. Ebbene, ricordo che conclusi le mie confessioni con una considerazione basata su un’allegoria: sovente le cose dinanzi a noi sono “neutre”. E’ il nostro libero arbitrio, nonché l’uso che facciamo d’esse, a renderle positive o negative.
Penso alle sostanze chimiche: queste possono essere usate per curare malattie e migliorare lo stato salute, così come possono invece degenerare nel deleterio uso di droghe sintetiche.
Nella mia vita, proprio a causa di talune vicende, ultimamente mi capita di fare questi pensieri riguardo ad una sensazione: la prudenza.
Essa, a mio parere, non è un concetto solo ed univoco. Non esiste infatti una sola specie di “prudenza”: anche qui, i risultati dipendono da quale scelta compiamo.
Adoro fare una metafora che paragona la prudenza al colesterolo. Sappiamo che esiste il colesterolo “buono” (necessario all’organismo) e quello “cattivo” (nocivo alle arterie).
Così è anche per questo sentimento: vi è una prudenza “sana”, la quale, ad esempio, ci suggerisce saggiamente di non metterci al volante ubriachi o di sfrecciare a 200 km orari.
Vi è altresì invece una prudenza molto meno saggia:  è quella nemica del coraggio e della vita. E’ quella esasperata ed inconcludente che castra le emozioni sul nascere. Quella che ci impedisce di saltare l’asticella dell’ostacolo che abbiamo di fronte. Rimanendo così col rimpianto di non poter più conoscere quanta meraviglia avremmo potuto vivere dall’altra parte della salita, con un minimo di sacrificio e coraggio in più. Poiché le cose più belle, si sa, spesso hanno bisogno di sapere anche quanto siamo disposti a metterci in gioco per meritarle.
Per questo mi ritrovo sovente a parlar d’AMORE e non solo INNAMORAMENTO: ci tengo a sottolineare la differenza che intercorre fra questi due termini. 
Chiunque nella sua esistenza si può scoprire innamorato, amare è invece ben più profondo e raro. L’amore è l’essenza solida che rimane intatta quando le vampate eteree dei fuochi dell’innamoramento si smorzano.
Ho cercato spesso il mio gettone della felicità. Talvolta lo rintracciavo in una persona o un rapporto umano, altre volte in un luogo o un’idea.
Col tempo ho realizzato che invece d’inseguire monete da inserire nella slot machine della beatitudine era il caso d’estrarre dai miei abissi il vero tesoro: la chiave che mi permettesse di aprire lo scrigno della serenità.
Così ho scoperto che quel passepartout era in realtà già dentro di me…si chiama consapevolezza di sé.
(continua...)

ALESSANDRO  DE VECCHI