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"Una farfalla prima d'esser tale e spiccare il volo con ali variopinte è bruco e deve fare i conti con la terra umida. Bisogna esser disposti a non disprezzare l'utilità del fango se si vuol conoscere anche l'ebbrezza del cielo." -(piccolo stralcio tratto da un mio racconto contenuto in "Liberi e controcorrente come salmoni")-

domenica 3 febbraio 2013

Tratto da: OSHO, "L'immortalità dell'anima"


( nella foto: un sasso a forma di cuore, istantanea che ho scattato per puro caso in un parco)

Un mistico iniziò a preoccuparsi profondamente della propria infelicità.
Una notte, mentre pregava, chiese all’universo: «Non ti chiedo di non darmi l'infelicità perché, se la merito, sicuramente dovrò riceverla, ma almeno ti chiedo di non darmene così tanta. Ovunque vedo gente che ride, mentre io sono l'unico che piange; tutti sembrano essere felici, io sono l'unico infelice; tutti paiono allegri, io sono l'unico triste, perso nell'oscurità. Dopo tutto, cosa ti ho fatto di male? Ti prego, fammi un favore: dammi l'infelicità di qualcun altro al posto della mia. Scambia la mia infelicità con quella di qualcun altro a tua scelta, e io l'accetterò».
Quella notte, dormendo, fece uno strano sogno. Vide un palazzo immenso con milioni di ganci appesi alle pareti, e milioni di persone che entravano, recando ciascuna un fardello d'infelicità sulla schiena. Vedendo tanti fardelli d'infelicità, rimase sconcertato e si spaventò: i fagotti portati dagli altri erano molto simili al suo; la forma e le dimensioni erano le stesse. Cadde in un'estrema confusione: aveva sempre visto i suoi vicini sorridere, e tutte le mattine, quando chiedeva loro come andava, si sentiva rispondere: «Molto bene». Adesso vedeva che quelle stesse persone si portavano dietro la sua stessa quantità di infelicità.
Vide politici con i loro sostenitori, e guru con i loro discepoli: tutti con lo stesso carico. Il saggio e l'ignorante, il ricco e il povero, il sano e il malato:
il carico era per ognuno lo stesso. Il mistico rimase sbalordito: per la prima volta vedeva quei fardelli, mentre fino ad allora aveva visto solo i volti delle persone.
All'improvviso una voce tuonò nella stanza: «Appendete i vostri fardelli!». Tutti, incluso il mistico, fecero com'era stato ordinato, affrettandosi a liberarsi dei propri problemi; nessuno li voleva portare un secondo di più; anche noi, se ci fosse data una simile possibilità, li appenderemmo subito da qualche parte.
Poi risuonò un'altra voce, che disse: «Adesso, ognuno di voi prenda il carico che preferisce». Potremmo sospettare che il mistico prendesse rapidamente il carico di qualcun altro, ma non fece un errore simile. In preda al panico, corse ad afferrare il suo fardello, prima che qualcun altro lo prendesse; altrimenti avrebbe avuto un problema in più, visto che avevano tutti lo stesso aspetto.
Il mistico pensò che fosse meglio avere il proprio fardello, almeno le sue sofferenze gli erano familiari. Chissà quali dolori c'erano nei fardelli degli altri? Un'infelicità con cui si ha familiarità è di per sé meno triste: è un'infelicità nota, conosciuta.
Per cui, in stato di panico, si precipitò a recuperare il suo fardello, prima che qualcun altro potesse metterci sopra le mani. Ma, guardandosi intorno, scoprì che tutti erano corsi a riprendere i loro fardelli; nessuno aveva preso quello di un altro. Chiese: «Perché avete tanta fretta di riprendere i vostri fardelli?».
La risposta fu: «Ci siamo spaventati. Finora avevamo creduto che tutti gli altri fossero felici e solo noi non lo fossimo». A chiunque il mistico ponesse quella domanda, la risposta era la stessa: tutti avevano sempre creduto che gli altri fossero felici. «Addirittura pensavamo che anche tu fossi felice, perché camminavi sempre con il sorriso sul volto; non avremmo mai immaginato che anche tu portassi un carico di tristezza dentro di te» dissero. Spinto dalla curiosità, il mistico chiese: «Perché avete ripreso il vostro fardello e non lo avete scambiato con quello di un altro?». Quegli altri risposero: «Oggi, ognuno di noi aveva pregato chiedendogli di scambiare il proprio fardello d'infelicità. Ma quando abbiamo visto che i fardelli erano uguali per tutti, ci siamo spaventati; non avevamo mai immaginato una cosa simile. Per cui abbiamo capito che era meglio riprenderci il nostro carico, quanto meno ci è noto e ci è familiare. Perché accollarsi nuove tristezze? A poco a poco, ci siamo abituati alle vecchie». Quella notte nessuno prese il fardello di qualcun altro. Il mistico si svegliò e ringraziò l’universo, colmo di gratitudine, per avergli permesso di riprendersi la sua infelicità. E decise che non gli avrebbe mai più rivolto preghiere simili.


Tratto da: OSHO, "L'immortalità dell'anima"