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"Una farfalla prima d'esser tale e spiccare il volo con ali variopinte è bruco e deve fare i conti con la terra umida. Bisogna esser disposti a non disprezzare l'utilità del fango se si vuol conoscere anche l'ebbrezza del cielo." -(piccolo stralcio tratto da un mio racconto contenuto in "Liberi e controcorrente come salmoni")-

venerdì 27 gennaio 2012

27/01: il giorno della memoria.. tutti insieme gradiamo "mai più" !

27-01 "giorno della memoria" ... ecco una mia piccola poesia tratta dal mio libro "Fuori dallo stormo"
( http://ilmiolibro.kataweb.it/community.asp?id=8029 )

Tutti insieme gridiamo: << Mai più! >>

domenica 22 gennaio 2012

fuori dalla "campana di vetro"...

Una frase in queste ore mi risuona nell’inconscio come una canzone dal ritornello quasi ipnotizzante: << La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati in altri progetti >> (John Lennon). 
Colto dal piacere di farmi sorprendere, scopro che quasi del tutto spontaneamente la mia mente aggancia a quest’aforisma una sua considerazione: << La vita è anche ciò che si rivela solo al di fuori delle campane di vetro… è ciò che accade fuori dagli acquari, all’esterno delle finestre e degli oblò…la dove c’è la possibilità di scottarsi o procurarsi anche botte e cicatrici, certo, ma coscienti di come esse siano forse il rischio da pagare per vedere sbucare nel nostro animo fiori veri e non pallidi surrogati ottenuti in serra >>.
Probabilmente il nostro vivere è paragonabile ad un moto perpetuo, una specie di puzzle infinito, dove la ricerca dei pezzi non cessa mai.
Una cosa CREDO di averla pian piano fiutata e compresa: non si possono avere gli strumenti per amare nessuno se non si è capaci di amare innanzitutto se stessi. Chi non sta bene con sé stesso, chi non si rispetta per ciò che è, chi non si dona al mondo con atteggiamento costruttivo anziché disfattista, difficilmente potrà offrire qualcosa di positivo all’umanità.
Volersi del bene e prendersi cura del proprio essere non è sintomo d’egoismo. L’egoismo semmai è pensare solo ed esclusivamente al proprio tornaconto, cercare nell’altro una stampella emotiva o qualcosa che colmi il proprio vuoto.
Penso che quest’ultimo modo di agire infatti non possa essere amore, poiché è legato al bisogno, ed il bisogno non è mai dettato da sentimenti incondizionati e puri, ma da mere necessità.
Tornando all’utilità dell’amor proprio e dell’accettazione di se stessi (come segreto per donare luce e calore vitale), adoro fare un paragone: non prendere in considerazione questi valori è un po’ come  avere la pretesa di procurare del piacere all’epidermide altrui con un massaggio delicato, ma accingersi ad effettuare il massaggio con mani ruvide, tagliate o addirittura sanguinanti. E’ evidente che curare le proprie mani, ammorbidirle ed avvolgerle nel caldo olio profumato prima di iniziare a massaggiare il derma altrui, è necessario e terapeutico per entrambi gli individui coinvolti.
Credo che così si possa divenire completi: non delegando la nostra felicità. Quando si intuisce che l’altra metà della mela non è qualcun altro, bensì è la fetta vagante della nostra consapevolezza, si è compiuti…a quel punto finalmente si può porgere con gioia il frutto intero al prossimo, amando ORA Sì  in modo totale e più appagante.
Tutte queste considerazioni mi portano inevitabilmente a parlare della paura: un sentimento naturale, a volte sensato e necessario alla sopravvivenza (quando giustificato), altre volte invece purtroppo distruttore e deleterio… soprattutto quando ci si lascia sopraffare da essa e ci si preclude della scoperta del “nuovo”, della gioia che ci attenderebbe al di fuori della famosa “campana di vetro” che ci siamo costruiti illudendoci di viver meglio.   
La scrittrice Mabel Katz ci insegna a liberarci dalla paura di agire e di metterci in gioco dicendo: << Siamo tutti dipendenti dalla paura, dalla sofferenza. A volte preferiamo soffrire perché ci è familiare. Sappiamo come ci fa sentire la sofferenza e nonostante tutto ci sentiamo a nostro agio con essa perché l’abbiamo appunto conosciuta: è una cosa consueta, quotidiana.
Quando prendiamo il coraggio di affrontarla e superare i vari timori, raggiungiamo l’altro lato del tunnel, vediamo la luce ed oltre a sentirci trionfanti e molto felici di noi stessi ci guardiamo indietro e scopriamo che ciò che ci spaventava non era così terribile >>.
Io sono convinto che la paura di vivere situazioni ed emozioni nuove, di cui non abbiamo sicurezza, derivi dall’ impossibilità di controllare tutto (cosa che noi pretendiamo inutilmente e goffamente di fare con  qualsiasi cosa ci si presenti). Tutto ciò scaturisce in una sorta di “sindrome del comodo agli arresti domiciliari”.
Colui che ha il terrore di “tuffarsi” in una nuova avventura che potrebbe dargli tanto, finisce col restare inerme come uno spaventapasseri, ma non lo fa per cattiveria o masochismo, è semplicemente bloccato in questa sorta di “gabbia dorata” dove tutto sommato crede di non stare così male: ha una centinaio di metri quadrati in cui muoversi, una finestra da cui guardare il mondo ed acqua e cibo delizioso quotidianamente, senza fatica alcuna, senza doversi porre domande né mettersi in discussione. Arriva persino ad auto convincersi che tutto ciò sia il suo bene e la sua fortuna e che non occorra uscire là fuori per vivere, ma sia sufficiente spiare la vita attraverso quella finestra o magari da un patetico spioncino che gli mostra come sarebbe la vita di cui tanto parla quando di tanto in tanto si lamenta.
Non ha alcuna palla al piede né manetta al polso, molto peggio: il suo lucchetto è privo di chiavi poiché è mentale. Un famoso adagio dice: << dimmi cosa pensi e ti dirò chi sei >>. I pensieri plasmano la nostra realtà per la semplice ragione che sono composti da energia e come si sa l’energia non si crea né si distrugge…passa da una forma all’altra appunto, divenendo pian piano realtà. Convinciti di essere destinato a quel tipo di vita da “comodo recluso” e finirai col sperimentarla nella realtà. Potrai anche di tanto in tanto lamentarti, borbottare e sfogarti con l’amico, l’amica o il conoscente di turno dicendo: << sono sfortunato, il mio destino è questo, non ho la vita che voglio...ecc…>>, ma la verità è che il desiderio di cambiare quella situazione è del tutto assente in quelle inutili parole di rito e prive di convinzione atta all’azione.
E’ troppa la resistenza dello stato comfort, l’abitudine consolidata, al punto che si preferirebbe restare a vita in quella sorta di “limbo dalle mura apparentemente accoglienti” (dove però purtroppo non si evolve, non si cresce, né si cambia mai).
Ogni giorno il “comodo recluso” trova tutti gli oggetti e le sicurezze conformiste di cui si è persuaso d’aver bisogno, nella medesima posizione in cui l’ha lasciata la sera precedente… finita l’abbuffata magari ha anche la possibilità di dedicarsi al giardinaggio curando piante comprate in una serra. Osserva ciò che accade al di fuori di quel vetro, ma non conoscerà l’ebbrezza di abbandonare quei “vasi da vivaio” e rotolarsi in un grande prato di violette con qualcuno che con amore lo prenda per mano.
Eppure basterebbe così poco: la semplice consapevolezza che il mondo è in quel che ancora non conosciamo… è oltre quella persiana, al di fuori di quel recinto mentale che tanto ricorda la “finta vita” di cui era vittima Jim Carrey nel film “The Truman Show”.
Sarebbe sufficiente la coscienza che una volta superato quel senso di vuoto che si prova dopo il lancio, ci attende la meraviglia di vincere la “paura di essere felici”. Già, perché così come la paura di soffrire (alla quale ci si abitua e si finisce col farne amicizia) esiste anche e soprattutto la paura di assaggiare la felicità e diventarne indissolubilmente protagonisti attivi.
 - ALESSANDRO  DE VECCHI -



P.S: qui sopra un ricordo che porto con me con piacere: una serata come ospite di una "radio libera" di Milano (Kristall Radio), esperienza che mi ha insegnato quanto le parole, soffiate in quel microfono e poi lasciate andare nell'etere, possano essere foriere d'eternità.

mercoledì 11 gennaio 2012

11 Gennaio: un pensiero a voi due lassù!

11 Gennaio: una data, un numero palindromo, seguito dal nome proprio di un mese. Il mese che fa da apri-pista al corteo di speranze che ogni nuovo anno porta con sé. Letta così questa sequenza di cifre e lettere può sembrare una macchia qualunque sul taccuino.
Ci sono giorni in cui il calendario ha tutte le sembianze di un semplice mazzo di fogli appeso al muro in modo statico: quasi volesse indicarci giorni che per una ragione o per l’altra ci appaiono l’uno la copia dell’altro.
Vi sono invece ricorrenze che non necessitano di calendari né agende per farsi spazio nel nostro intimo: oggi è una di quelle.
Oggi non ho avuto necessità di sbirciare da nessuna parte: la solennità di questo 11 Gennaio ha avuto il potere taumaturgico di scalzarmi dal letto in piena notte, richiamandomi all’ordine... ...catapultandomi come un soggetto ipnotizzato verso tastiera e monitor per scrivere due righe: buone innanzitutto per me stesso, perchè capaci di mitigare quella fitta al cuore che ho sentito poco fa ed arginare il primo tentativo, da parte della più canaglia delle mie lacrime, di valicare il confine tra ciglia e guancia.
Insomma, questo non è un giro qualunque delle 24 tacche d’orologio per me… no, non lo è per nulla.
Sarà che invecchiando sto diventando sempre più un introverso che gioca a fare il duro, ma che quando è solo con se stesso si scioglie come camion di gelati a Luglio. Sarà che certe situazioni mi restano dentro come schegge latenti e capaci di penetrare tutti gli strati di epidermide dell’anima.
Resta il fatto che maledetto o benedetto 11 Gennaio sei qui, col tuo sapore agrodolce e tutta la tua gamma di retrogusti gradevoli ed al contempo acri.
Voi due che fate a quest’ora della notte? Potete leggermi in questo momento? O forse lassù siete già stati investiti dallo tsunami di milioni di pensieri giuntivi da tutti coloro i quali vi amavano e continuano a farlo?
Beh, che mi sentiate o meno io sono qui a far andare le mie dita sui tasti ritmicamente, come un ballerino di tip tap, e forse questo percuotere sta prendendo lo stesso ritmo delle vostre canzoni.
A dire il vero non so bene cosa scrivere: non uso mai l’intelletto in queste occasioni, preferisco farmi guidare dall’istinto dei sentimenti e dall’improvvisazione…faccio un po’ come si fa nella musica blues.
Fabrizio ci manchi! Che dici, sono stato abbastanza diretto ? Dimmi un po’ Faber: quante volte te lo sei sentito dire in questi 13 anni? Ho saputo che la tua compagna Dori Gezzi ha congiunto la sua mano alla tua, tenendoti sveglio quattro giorni e quattro notti consecutive, mentre giacevi nel letto di quell’orribile istituto in cui hai trascorso le tue ultime settimane di vita. Avevi paura di chiudere gli occhi e non riaprirli mai più, ma te ne sei andato così: consegnando al tempo quella goccia di splendore di cui parlavi e cantavi  proprio in “Smisurata Preghiera”.
Clarence, oggi avresti compiuto 70 anni! Buon compleanno “Big Man”! il “Boss” ti sta preparando una sorpresa proprio in queste ore! Uscirà con un nuovo album di canzoni inedite e ci saranno concerti con la band! Che non mi vengano a raccontare che il 7 Giugno al concerto di  San Siro non sentirò il suono del tuo sax, perché non crederò a nessuno di costoro: ruoterò il mio collo, volgerò il mio sguardo più in alto che potrò e sarò certo di vedere luccicare il tuo sassofono. Forse qualche miscredente confonderà quel bagliore con la luce di qualche costellazione….certamente non io “Big Man”! Scalda le dita, indossa i tuoi guanti di pelle: sono pronto a farmi mettere k.o. dal tuo assolo che esplode dopo la voce di Bruce in “Jungleland”.
Ragazzi quante storie! Un cielo solo non può bastare a contenere tutto ciò che ci avete regalato grazie alle vostra musica,  perciò avvisate “il titolare” che occorrerà raddoppiare i piani celesti.
Era il 18 Giugno dello scorso anno quando tu Clarence ci hai lasciati e nei giorni immediatamente successivi io, per un strano scherzo del destino, ti paragonai assurdamente a Faber, forse per motivazioni affettive tutte mie, o probabilmente per alcuni aspetti enigmatici. In questo mio piccolo spazio mi permisi di scrivere: << ”Big Man”,  idealmente per me sei già andato a prenderti il tuo posto accanto a “Faber”. Vi ritroverò un giorno, seduti sulla stessa panchina. Tu col tuo sax a tracolla a regalare al tempo un assolo come quello di “Jungleland”. L’altro a cantare, con una sigaretta fra le dita e la chitarra in grembo; mentre racconta d’utopia e sana anarchica libertà.
In verità siete così diversi, ma il mio inconscio vi contempla in qualche modo simili, in qualche sfumatura, tra il latteo e l’ebano delle vostre carnagioni.>> (http://alessandrodevecchi.blogspot.com/2011/06/grazie-di-tutto-big-man.html)
Ieri mentre girovagavo per la città in auto ascoltando vari vostri cd, ho realizzato che questo 11 Gennaio sarebbe stato foriero di qualcosa di ancestrale: quel mio immaginarvi così vicini sulla stessa panchina è stata una percezione che il fato ha poi svelato con certosina accuratezza. Quel giorno vi ho dipinti mentalmente mentre  parlavate di “terre promesse” e “chimere” ed ora scopro che quel mio fantasioso quadro aveva più che mai senso: in questo giorno tu Faber sei “scivolato nel fiume” dell’immortalità come la tua “Marinella” ed ora come me “aspetterai domani per avere nostalgia” ….  nostalgia della “signora Libertà e della signorina Anarchia” .
Tu Clarence invece dovrai armarti di molto fiato, ancor più di quello che alitavi in quel fatato marchingegno dorato: avrai ben 70 candeline su cui soffiare! Esprimi un desiderio ed abbi fede: “il boss” e tutti noi tuoi “Blood Brothers” siamo “nati per correre” ed amiamo farlo insieme a te.
11 Gennaio 2012: buon viaggio ragazzi, ovunque voi due siate volevo proprio dirvi questo e ce l’ho fatta, anche se impiegando ore a causa della vista appannata e del fazzoletto che ha fatto "la staffetta" tra la mia mano ed miei bulbi oculari umidi…fortunatamente ero solo e non ho dovuto nascondere i lucciconi a nessuno, tranne che a voi!  Grazie per avermi inconsapevolmente donato una famiglia: i loro nomi sono fratello Sogno e sorella Libertà .

(Fabrizio De Andrè: Genova, 18/02/1940 - Milano, 11/01/1999. Cantuatore italiano. 
Clarence Clemoms: Norfolk, 11/01/1942 - Palm Beach 18/06/2011. Sassofonista di Bruce Springsteen & E Street Band).

 Questa è per voi:
<< FRATELLO SOGNO, SORELLA LIBERTA’ >>
 Salpato stamane:
il vento in poppa ha gonfiato vele e speranze.
Funi tese come il mio incedere deciso.
La fioca luce degli albori mi cerchia i piedi tremanti,
sono colto impreparato da litri di meraviglia.
Volgo verso Est:
non conosco la rotta e la bussola si e tuffata in mare assieme alle mappe…
…ma sono sereno,
voglioso di rendere il mio viandare
una meditazione in movimento.
Mi avete consigliato di non restar solo,
vulnerabile ai pericoli di correnti ignote;
ma come il gabbiano eretico
ho in verità la compagnia dei più fedeli ideali.
Ho la mia famiglia con me:
fratello sogno
e sorella libertà.
 - ALESSANDRO  DE VECCHI -