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"Una farfalla prima d'esser tale e spiccare il volo con ali variopinte è bruco e deve fare i conti con la terra umida. Bisogna esser disposti a non disprezzare l'utilità del fango se si vuol conoscere anche l'ebbrezza del cielo." -(piccolo stralcio tratto da un mio racconto contenuto in "Liberi e controcorrente come salmoni")-

venerdì 6 maggio 2016

RIFUGIO RISVEGLIO



 << L’unica cosa che mi possa schiaffeggiare è il vento. >>
E’ una considerazione di Elena, una mia cara amica. Pare che anche lei ami il vento.
E pensare che spesso lo si sente maledire, quante imprecazioni contro di lui!
Del resto si sa: non sempre il bene viene compreso immediatamente.
Così il vento sostiene le ali degli stormi migratori, accarezza le onde  del mare, gonfia le vele di chi sta navigando, dona energia pulita al mondo.
Eppure subisce spesso milioni di ingiurie. Poi arriva l’estate ed il sudore dei 40 gradi all’ombra ci ricorda di ringraziare quella coraggiosa brezza.
Camminare lungo l’alzaia è un esercizio di memoria prima ancora che un training fisico.
Ogni passo è genitore di ricordi, pensieri, considerazioni e chiacchiericcio dello spirito.
Lascio che questo mormorio faccia il suo corso, in fondo la mente è come un cielo azzurro al di sopra delle nuvole: queste ultime sono solo ospiti temporanei, ciò che resta è lo spazio infinito e l’azzurro incontaminato, anche se momentaneamente offuscato.
Il vento fischia e le foglie verdi sembrano capelli di donne affascinanti.
Anche i rami si piegano, ma non le radici! Quelle restano ben piantate nel terreno, accada quel accada.
Possono passare le stagioni, mutare i colori e spogliarsi gli arbusti, ma le radici ricordano sempre all’albero da dove proviene e cosa sia destinato a fare; mutamento dopo mutamento.
Questa primavera mi ha già donato diverse risposte, talune inaspettate, tal altre forse invece attese a lungo.
Si dice che per capire ciò che vogliamo dalla vita dovremmo prima comprendere tutto ciò che non desideriamo. Sembra una cosa così scontata, eppure non lo è.
E’ una selezione quasi Darwiniana, sopravvive solo ciò che è davvero utile e funzionale alla nostra evoluzione spirituale.
Lo scorso anno in tal senso per me è stato un lungo periodo di “potatura”, spesso  non privo di scelte dolorose, ma necessarie.
Gli effetti li comincio a vedere oggi: la vegetazione cresce più rigogliosa se ti sei preso cura di estirpare erbacce che soffocavano la luce.
Siamo un poco giardinieri di noi stessi dunque … e si sa, sono mestieri duri, che nessuno può svolgere al posto nostro. Sudore, schiene curve e maniche rimboccate: ecco la ricetta.
Passo dopo passo sorpasso il ponte: alcuni ragazzi fanno jogging approfittando del fatto che qui non possono transitare auto.
E’ un piacevole ritorno alla natura e per raggiungere questa serena oasi è sufficiente marciare per meno di un chilometro, uscendo dal centro cittadino.
La gente, in questo lembo di terra, sembra volersi rifugiare e ritrovare se stessa. Lo soprannominerei un po’ un “rifugio risveglio”, due R che, se ci pensate bene, valgono umanamente ben più delle due R famose nel campo delle auto di lusso.
Qui il vero lusso è allontanarsi dal caos che tutto inghiotte, che anestetizza cuore, cervello ed animo.
Passo sinistro, passo destro. Sono consapevole di ogni volta che le mie suole assaggiano l’asfalto.
Sgrano il mio mala, ovvero il mio rosario tibetano. Recito in maniera appena udibile alle mie stesse labbra un mantra: “Om tare tuttare ture soha”. C’è un anziano signore davanti a me sta facendo qualche cosa di simile, i miei occhi cadono sul suo rosario: ha una croce, è un rosario cristiano.
Lui fa lo stesso con me, accorgendosi della mia presenza dietro le sue spalle. Ci guardiamo senza nulla dirci. Sorridiamo l’uno l’altro ed anche i nostri rosari, diversi ma in fondo simili, si salutano. Il Buddha incontra il Cristo nel trionfo dell’unione.
Il cielo è terso, all’orizzonte riesco persino a vedere i profili della montagne e le creste innevate. Sembra di avere l’Himalaya lì, a poche centinaia di chilometri, pronto a sussurrare il suo misticismo.
Un concerto di passerotti si prede tutto lo spazio fra il mio timpano e il martelletto e si propaga come un crescendo rossiniano.
Ora è il turno dell’acqua che scorre. Il canale del Naviglio regala questa ed altre ballate sonore.
Sento che potrei restare qui per un tempo indefinito, così come sento che per rinascere non sia necessario attendere una prossima vita: sto vivendo la mia prossima vita qui ed ora.
Il passato l’ho ringraziato per ogni lezione, il futuro mi interrogherà domani. Il nostro tempo è un orologio che segna una sola cifra: ADESSO.


ALESSANDRO DE VECCHI



2 commenti:

  1. All'inizio volevo scriverti che a Trieste con la bora c'è poco da star tranquilli, una volta mi piaceva, ora mi mette ansia.... Poi ho continuato a leggere e ho capito che parli di VITA. Come sai scrivere bene Ale.... e questo racconto è stupendo. Un abbraccio grande.

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    1. Mi hai fatto arrossire...Ale, davvero grazie dal profondo de cuore <3

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