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giovedì 26 luglio 2012

La distrazione d'un attimo lungo una vita

Eccoci, un mese torrido e temperature roventi...come la mia voglia di tornare a raccontare :-)
Nei prossimi mesi (presumibilmente in autunno) avrò modo di condividere con voi una gioia a lungo attesa: la pubblicazione del mio terzo libro intitolato "Liberi e controcorrente come salmoni", (qui una breve anteprima : http://alessandrodevecchi.blogspot.it/p/piccola-anteprima-del-mio-prossimo.html )
Sarà il pirmo libro in cui mi sono espresso in prosa narrativa e non in poesia (si tratterà infatti di una raccolta di 14 racconti eterogenei e fra loro differenti, ma legati da un minimo comun denominatore: tutti i personaggi, uomini, donne o ragazzi che siano, provengono da difficili realtà provinciali ed in un momento di crisi globale tentano il "riscatto", la seconda possibilità che tutti cerchiamo dalla vita, per assaporare la felicità).
E' stato un lavoro infinitamente lungo (2 anni e 5 mesi di gestazione), un periodo appassionante, colmo di notti in bianco e momenti di gioia altalenati alla paura di non farcela. Nel bene o nel male dunque sarà una parte di me che libererò dal "famoso cassetto", sperando che voli ove il cielo è disposto ad accorglielo e porti, perchè no, un pizzico di sollievo e speranza a chi vorrà dedicargli tempo ed attenzione.

Ma ora torniamo al presente e non  anticipiamo troppo quel che verrà in autunno: non ho abbandonato del tutto la poesia e vorrei lasciare questi miei pochi versi impressi qui, per ricordare come  spesso spendiamo le nostre giornate sospesi come equilibristi che trattengono il fiato fra mille progetti di vita e duemila promesse rivolte al futuro. Chiudiamo gli occhi ogni notte auto-ipnotizzandoci con delle frasi fatte quanto fasulle: 'domani farò'...'più avanti farò quella telefonata, chiamerò quella persona'. Poi arriva un bel giorno in cui il sole che sorge ci suggerisce che il tempo a nostra disposizione è scaduto...a quel punto realizziamo che sono solo rimpianti quelli che ci stanno accarezzando le spalle.

 
LA  DISTRAZIONE  D’UN  ATTIMO  LUNGO  UNA VITA

Non se n’è accorta.
Distrattamente,
come sbadatamente ci si accorge
dell’ultimo rivolo d’acqua d’una doccia mattutina.
Quella goccia
che sosta più a lungo sul nostro viso,
quasi a volerlo baciare
dopo averlo amorevolmente deterso.
Non l’ha notato,
ma ero io quella conclusiva stilla
d’acqua pura.
Non l’ha avvertito,
ma era esattamente lei
la sola persona
che non aveva bisogno di alzarmi il mento
per incrociare i miei occhi,
poiché il magnetismo dei suoi
eclissava ogni altra visione circostante.
Il vero amore è così:
può posarsi sul tuo collo
senza che tu lo percepisca,
o confonderlo per prurito
ed incautamente soffiarlo via.
Non l’ha intuito,
ma quel solletico che avvertiva,
eran le mie ali,
che le accarezzavan quel grazioso ciuffo
di capelli dietro l’orecchio…
prima che la sua mano
spensieratamente
mi scostasse via.
Il tutto in un attimo:
la distrazione d’un attimo
lungo una vita.

- ALESSANDRO  DE VECCHI –



venerdì 6 luglio 2012

"La Via della felicità interiore", un pomeriggio col Dalai Lama


6-07-2012: oggi è un compleanno particolare, quello di Tenzin Gyatzo, il XIV Dalai Lama, premio nobel per la pace del 1989 e figura spirituale che non ha bisogno di ulteriori presentazioni.
Queste poche righe non vogliono essere un'augurio personale, ma qualcosa di più…un ringraziamento (che con voi tutti condivido) per qualcosa di straordinario a cui ho avuto il privilegio di assistere la scorsa settimana.
Sono uno dei 10 mila presenti che Giovedì 28 Giugno affollavano le volte del Forum Milanofiori per assistere all’evento  “La via della felicità interiore”, durante il quale il Dalai Lama ha elargito con un mix di saggezza e leggerezza, semi d’insegnamenti gradevolissimi e dissetanti, destinati a crescere in ognuno di noi.
Tenzin Gyatzo ha esordito con un messaggio molto chiaro: << Non sono qui per fare un discorso religioso, non occorrono necessariamente un ‘credo’ o una serie di ‘paletti’ per raggiungere il nostro scopo, ma semplicemente ricordare che tutti abbiamo in comune la ricerca del senso del vivere e della felicità. Incontrare gente e scambiare le nostre esperienze è per me occasione e fonte di grande apprendimento. Le vostre domande mi offrono punti di vista nuovi, grazie ai quali imparo nuove prospettive…questo può accadere anche a voi.
Ogni volta che ho l’opportunità di parlare alla gente mi sento uno tra i tanti tra i sette miliardi di esseri umani. In questo siamo tutti perfettamente uguali >>.
Queste parole hanno avuto immediatamente su di me un forte impatto, dal momento che, come ho più volte raccontato, credo umilmente d’essere “un semplicissimo libero pensatore, scevro da qualsiasi dogma e da qualunque religione, che osserva meravigliato l’unità costituente comune che si può rintracciare nella totalità, all’interno e all’esterno di ciascuna realtà si manifesti ed anche oltre: al di là di ciò la nostra limitata essenza umana possa concepire…persino nei nostri stessi tessuti fisici o nei pensieri che sorgono in noi. Tutto ciò poiché osservatore ed osservato combaciano ed evidentemente i concetti d’interno ed esterno coincidono in quell’uno-tutto di cui il cosmo è pervaso”.
In due ore abbondanti, il Dalai Lama ci ha regalato le seguenti considerazioni, intervallandole con il suo consueto sorriso contagioso e abbondanti dosi d’ironia tipica di chi è capace di non mettersi in cattedra come un saccente docente, quanto piuttosto risvegliare la coscienza collettiva, mettendo l’accento sul fatto che: << Nella vita siamo tutti maestri ed al contempo tutti alunni >>.
Da qui il leader spirituale tibetano, inanella una serie di piccole perle, che ancora oggi sento riecheggiare nei viali affollati della mia mente.
<< La felicità nasce dalla fiducia e dal calore umano. Comunicando tra noi e pensando che siamo tutti ugualmente bisognosi di felicità, scopriamo che siamo sfacciatamente identici nell’avere il diritto ad essa. Con questa prospettiva non ci possono essere fratture. Se poniamo invece l’attenzione solo alle differenze e ci armiamo di sospetto, allora sorgono discriminazioni e sono queste ultime che portano all’odio e alle guerre. Tutto ciò è facilmente riscontrabile anche in ambito famigliare: se c’è una persona fortemente individualista nasce la mancanza di fiducia, manca l’affetto >>.
<< Occuparci della felicità degli altri è il modo migliore per giungere noi stessi inconsapevolmente alla nostra completa felicità. Occorre pensare su scala grande, all’umanità nella sua interezza. Spesso cito un motto degli abitanti delle Hawaii: ‘il tuo sangue è il mio. Le tue ossa sono le mie ossa’. Questo significa che i tuoi problemi, le tue sofferenze, la tua felicità sono le mie. Per poter vivere abbiamo bisogno degli altri, ce lo insegna l’inter-dipendenza della natura. Il massimo beneficio per noi stessi è prenderci cura dagli altri, questo è il modo intelligente di essere egoisti. Anche quando si parla di interessi economici, dobbiamo ricordarcene: il vivere non poggia il proprio scopo su regole religiose bensì sull’intelligenza, la quale è potenzialmente in grado d’eliminare gli svantaggi. A volte parlo con alcuni miei amici ricchi ma soli, ricordo loro che quando sono depressi non trarranno alcun beneficio nel dare baci ai diamanti. A quel punto è meglio avere un piccolo animale domestico da accarezzare…magari un gattino che almeno ti fa le fusa. Pensare che la ricchezza sia la fonte principale della felicità è sintomo di uno dei tre principali veleni della mente: l’ignoranza” .
Eccoci alla fine col Dalai Lama  che ironizza su suoi acciacchi: << il prossimo mese compirò 77 anni, sono un uomo del XX secolo e me lo ricorda spesso anche il mio corpo. A proposito: quanti di voi hanno subito un intervento alla cistifellea? (mani alzate tra i presenti e sua esclamazione che suscita ilarità ed abbondanti risate: - Bene sono felice di sapere che sono in buona compagnia! – ).
Il secolo appena passato è stato quello delle scoperte scientifiche, ma ahinoi anche quello dei conflitti mondiali ed è stata usata la bomba atomica. Persino l’inizio di questo secolo è stato teatro di tristi vicende che però affondano le radici nel secolo scorso. Proviamo a fare di questo nuovo tempo l’alba del dialogo >>.
L’aria condizionata fra le tribune dona un po’ di refrigerio e tregua al variopinto ed eterogeneo popolo che ha sfidato il calore rovente di questo pomeriggio. Le mani si spellano all’unisono durante il congedo:
<< Se le cose che ho detto possono esservi utili ne sarò lieto, altrimenti cancellatele e fate conto che io mi sia scusato con voi. Pensateci su con la vostra testa , non obbedite mai, ma riflettete sempre >>.
Mai insegnamento poteva essere più umile ed alto.
Grazie di tutto Tenzin e auguri! Cento di questi giorni!
- ALESSANDRO  DE  VECCHI -

lunedì 11 giugno 2012

La bellezza salverà il mondo (Springsteen, San Siro 7-6-12, come la musica può guarire l'anima collettiva)


La bellezza salverà il mondo affermava Dostoevskij. Niente di più vero. Laddove tutto sembra inesorabilmente fallire (potere politico, economia, banche, ideologie), c’è davvero una forza che non può essere arrestata ed è costantemente in grado di mostrarci quanto di buono il nostro esistere contenga: è il potere contenuto nella bellezza, nella gentilezza, nell’amore e nella contemplazione della magnificenza di cui ognuno di noi, nel suo piccolo, è parte attiva.
Giungo a queste conclusioni dopo aver inconsapevolmente concesso, ad un uomo di 62 anni suonati, la possibilità di salvarmi la speranza ed il sorriso. Questo arzillo “benefattore” risponde al nome di Bruce Springsteen: rockstar planetaria ed icona della musica popolare statunitense, nonché personalità che non ha bisogno di presentazioni, dato che da ben 4 decenni è detentore del celebre soprannome “The Boss” (il capo). Un nomignolo guadagnatosi dopo aver sprigionato ettolitri di sudore e milioni di Watt energetici nella lunga gavetta che ha preceduto la sua consacrazione, ma appunto un “nickname” e come tale, per lui una semplice etichetta a cui, lontano dai riflettori, pare non dare assolutamente né peso né importanza.
Le mani che scrivono queste considerazioni sono due fra le oltre 180 mila che Giovedì 7 Giugno 2012, dalle ore 20.37 in poi, hanno vissuto (utilizzare il termine “assistere” o “essere spettatore” per un concerto di Springsteen è assolutamente improprio) ad un autentico miracolo dai connotati catartici e collettivamente redentori.
Ho aspettato appositamente che trascorressero alcune ore, prima di mettermi alla tastiera e cercare di plasmare le parole più adatte a descrivere questa serata. L’attesa era necessaria per svariati motivi: cercare innanzitutto di lasciare che l’adrenalina in circolo nella mie vene lentamente evaporasse e facesse posto ad una mente più lucida ed obbiettiva. Ma soprattutto distaccarmi sufficientemente, allo scopo d’avere una visuale completa della vetta e rendermi quindi conto della natura e delle proporzioni dell’evento da cui sono stato letteralmente investito.
Una volta svolta questa non facile operazione la domanda che più frequentemente mi ha invaso le meningi è stata: << Ed ora come faccio a trovare i vocaboli adatti a contenere così tanta grandezza e luce senza inciampare in una retorica tacciabile di fanatismo? >>
Gli orientali descrivono il Nirvana come: “ uno stato di beatitudine non descrivibile, solo sperimentabile”. Tornando invece in occidente lo stesso Springsteen ed altri noti musicisti espressero anni orsono concetti più io meno rissumibili in frasi del tipo: << Parlare di musica e della sua misticità è come tentare invano di descrivere il sapore della pasta a chi non l’ha mai mangiata o cercare di dare una definizione d’amore…molto meglio imparare queste cose vivendole attraverso dimostrazioni pratiche, no? >>.
Ecco! Ci siamo! Ho risolto il primo problema: non sono un giornalista e quindi al diavolo lo sforzo d’essere pateticamente asettico, che traspaia pure il fatto che in quelle 3 ore e 47 minuti mi sia sciolto in un impasto di emozioni e grida!
Resta comunque la seconda problematica: esistono sentimenti e sensazioni così nobili da non potere essere compresse né ridotte a vuote spiegazioni, del resto mi consolo rileggendo un famoso adagio che recita: << Si dice che il mondo sia diviso tra chi adora il Boss e chi ancora non l’ha visto dal vivo >>, per cui mi rassereno e piacevolmente mi arrendo…scrivo queste righe con l’unico scopo di ricordare a me stesso quanto una serata ed i suoi singoli frammentati “istante per istante” possono essere preziosi per rimembrarci e rilanciare il valore inestimabile della vita.
I biglietti dello show (prontamente acquistati nello scorso Dicembre) sono rimasti in una vetrina della mia sala, osservandomi quotidianamente per 7 lunghi mesi, prima di finire nelle tasca del mio zaino, per l’occasione degno d’una puntata di “turisti per caso”.
Alle ore 16 ho già superato Settimo Milanese e parcheggiato la mia auto al parco Trenno. Giro le chiavi nel cruscotto e spengo motore ed autoradio (nella quale ovviamente girava un cd di Bruce), ci attenderà una lunga passeggiata verso lo stadio di San Siro. Fa caldo nonostante i nuvoloni plumbei che lassù sembrano minacciare di voler guastare la festa al popolo Springsteeniano.
Si fa conoscenza di altri ragazzi “in marcia”, è l’occasione buona anche per addentare un paio di panini ben farciti…dopo due morsi li ridepongo: niente da fare ho lo stomaco chiuso come una gabbia dal catenaccio dall’emozione. Non è il primo concerto del Boss, ma ogni volta è come se lo fosse e il tremore si ripete uguale e nel contempo diverso.
Due foto di rito davanti all’ingresso 14 e si entra. Rapida perquisizione, svito la bottiglia e le do un colpo di frusta col collo svuotandone i liquidi quasi per intero dentro al mio corpo.
I tornelli sono inagibili, si sale gradino per gradino in quella che ha tutte le sembianze di una processione infinita verso il secondo anello blu.
Inizia un’attesa snervante, in un paio d’ore prato e spalti sono stipati sino all’ultimo posto disponibile. Ore 20,30: il colpo d’occhio ti stronca il fiato! Lo stadio sembra una polveriera pronta ad esplodere al primo sussulto, parte una ola degna della finale dei mondiali. Le gradinate vibrano appoggiandosi al costante “ohhhhhh” che accompagna vocalmente la spasmodica attesa della E Street Band e del suo leggendario sciamano.
Sulle note di “C’era una volta il West” uno alla volta entrano i 17 “Blood Brothers” accolti dall’unica scossa tellurica di cui ogni uomo vorrebbe esser parte. Ci sono quasi tutti: Gary, Max, Soozie, Nils, Roy, Charlie, Cindy, Jake, ecc…ho specificato con dolore quasi tutti perché ne mancano due: Danny “The Phantom” Federici (il tastierista tragicamente scomparso nel 2008, consumato da un melanoma) e l’indimenticato “totem umano” dalla pelle color ebano, Clarence “Big Man” Clemons (sassofonista e amico fraterno del Boss, deceduto a causa d’un ictus lo scorso Giugno). Sul palco due luci illuminano due spazi vuoti a simboleggiare due perdite umane inestimabili, due cicatrici sanguinanti ancora aperte nell’epidermide morale di tutti i presenti. Addirittura un quintetto di fiati (tra cui anche il 22 enne Jake Clemons, nipote di Clarence) ha la pensante eredità di non far sentire, per quanto possibile, la sua assenza. Un fragore inaudito accompagna e precede il carisma del chitarrista “Little Steven”, ma è solo il preludio all’apoteosi che va in scena all’ingresso di Bruce, con la mano destra brandisce la storica Fender Telecaster, quasi fosse un’arma in grado di sparare amore: << Ciao Milano! Siete pronti? Siete Pronti? Siete Pronti? >>. Quella domanda, ringhiata nel microfono con la grinta d’un domatore di folle, squarcia il cielo in due, quasi a voler spazzar via le nubi fisiche e reali e quelle metaforiche che ingrigiscono il futuro. Ha inizio il delirio, la gente non guarda il concerto, la gente fa il concerto in un unione simbiotica con lui ed ogni altro membro, in un tutt’uno alchemico e cosmico. Ci sono almeno tre generazioni presenti in una staffetta senza tempo. Max alla batteria pesta come un dannato e le chitarre ruggiscono l’intro di “We take care of or own” ( << Ho bussato alla porta dietro a cui sta il trono\Ho cercato la mappa che mi conduca a casa\Ho inciampato su cuori buoni diventati di pietra\La strada delle buone intenzioni si è seccata come un osso\Ci prendiamo cura della nostra gente? >>)
E’ solo la prima pietra di un mosaico perfetto che sarà composto da 33 gemme, una maratona di puro rock ‘n’ roll, folk e gospel, che sfiorerà le 4 ore dall’intesità inaudita! Un record, un atto di passione fra Bruce e la sua gente che ha origine in quel folle amore a prima vista con l’Italia, proprio in questo luogo, il 21 giugno del 1985.
Seguono “Wreckin Ball” , titolo mai così azzeccato: quella palla demolitrice simboleggia la più totale mancanza di valori, che come una sfera d’acciaio sta abbattendo la nostra civiltà.
Badlands è il classico d’oltre trent’anni: il suo ritornello fa saltare sui gradini anche il più algido dei cuori.
E’ il momento dell’hard folk irlandese di “Death to my hometown” .
“My city of ruins” è la prima ballad e con il suo lento vento prosegue la scia emotiva di coscienze che immediatamente vanno idealmente alle rovine delle città emiliane coinvolte dalle impietose e ripetute scosse sismiche.
Springsteen avverte dapprima nuovamente in italiano: << Questa è una canzone di saluti e arrivederci, per le cose che ci lasciano e le cose che rimangono per sempre >>. La dedica è chiara sin dall’inizio ma si fa più netta a metà canzone, durante il ritmico battere delle mani levate al cielo, quando il rocker improvvisa un nuovo intervento nella nostra lingua e ad uno ad uno presenta gli elementi della “Heart-stopping, pants-dropping, house-rocking, earth-quaking, booty-shaking, Viagra-taking, love-making…legendary  E Street Band! “ (la ferma cuori, cala pantaloni, rockeggiante, terremotante, scuoti-culo, consumatrice di viagra, amante…leggendaria E Street Band!)
Bruce gigioneggia: << Dov’è Patty? >> ( sua moglie, nonché corista della band) << E’ rimasta a casa con i figli, ma vi saluta tutti >>.
Le mani dell’oceano umano di spellano per diversi minuti fino a quando Bruce dona il colpo di grazia diretto ai 60 mila stomaci: << Manca qualcuno…manca qualcuno…manca qualcuno! >>. Il riferimento a Danny e a “Big Man” è chiaro e sui maxi schermi s’intravedono gli occhi in lacrime di gente nelle prime file. Uno striscione a due aste inquadrato ribadisce una verità inconfutabile: << Danny e Clarence sono qui >>. Il Boss affonda: << Posso sentirli nelle vostre voci >> e con ampi gesti ci invita a sgolarci. Lo stadio impazzisce spolmonandosi come se quel boato fosse davvero il ponte comunicativo con chi ci ha lasciato.
“Spirits in the night” e “The E Street shuffle” sono ruvide come il marmo e senza sosta.
Giunge la struggente “Jack of all trades”, pezzo che dipinge chirurgicamente lo spaccato socio-esistenziale di chi, piegato dalla pesante crisi economica globale, si reinventa come “uomo-tuttofare”. Il menestrello del New Jersey si prodiga ad introdurre le prime note con l’ennesimo toccante discorso in lingua italiana, la simpatica ed imbarazzata pronuncia riesce anche a suscitare tenerezza: << I tempi sono stati molto duri, la gente ha perso il lavoro, la casa e c’è pochissimo lavoro. So che anche qui è stato durissimo ed i recenti terremoti hanno contribuito a questa dolenza. Questa è una canzone per tutti quelli che stanno lottando >>. Migliaia di accendini si mischiano ai bagliori dei display dei cellulari accesi, pare di volteggiare privi di forza di gravità, in un firmamento notturno profondamente blu, trapuntato di polvere di stelle luminose.
Ma “the show must go on” e questa sarà anche e soprattutto una notte di speranza e celebrazione dell’esserci, nonostante tutto! Così la band infila con maestria una sequenza di puro rock ‘n’ roll “old style” al fulmicotone: “Candy's room”, “Darkness on the edge of town”, “Johnny 99”, “Out in the street”, “No surrender”, “Working on the highway” e “Shackled and drawn”, prima di prendere il definitivo decollo con “Waitin’ on sunny day”...dove per il ritornello il Boss si trasforma in “premuroso nonno” cedendo il microfono ad una bimba e per non creare disparità anche al fratellino.
Sono probabilmente questi gli atteggiamenti che fanno di lui non un persona perfetta (e ci mancherebbe altro), ma senza dubbio una persona speciale, lontana mille miglia da quegli stereotipati atteggiamenti da consumata rockstar maledetta e dai classici clichè che vedono il divo chiamare “on stage” la classica bellona di turno.
Intanto intorno a me anche i più scettici o coloro che per la prima volta vedono uno show di Springsteen (ed i loro volti spaesati prima del concerto li avevo intravisti e letti al volo) si sono ormai calati completamente nel catino ribollente di passione e mi guardano quasi a volermi dire: << Ma come ho fatto fino ad adesso a perdermi un appuntamento umano simile? >>. Il segreto di tutto sta nella semplicità: niente effetti speciali o chissà quali diavolerie scenografiche, la magia sta nella musica, diretta, senza fronzoli e nel temperamento di un uomo circondato dai suoi amici di sempre, che sa parlare “alla pancia” di chi lo ascolta.
Bruce canta e suona ogni canzone come se da essa dovesse dipendere la sua esistenza, come se davvero fosse l’ultimo istante della sua e della nostra vita. Bruce non fa musica per te, bensì con te. Ogni vibrazione, ogni fottutissima emozione secondo lui deve poter arrivare ugualmente al ragazzo in prima fila così come all’ultimo seduto al terzo anello, lontano nello spazio, ma mai nel cuore.
C’è un’istantanea che conservo preziosamente nel mio grembo d’animo e che fotografa alla perfezione cosa può arrivare a fare la musica: i ragazzi diversamente abili in carrozzina erano concentrati in una zona del prato con una sorta di pedana rialzata che consentiva loro d’osservare meglio lo show. A metà concerto erano tutti sparpagliati lungo il prato e si spingevano con le proprie mani ruotando le carrozzine su se stesse a tempo di musica, per ballare e far festa accanto a chiunque.
L’armonica a bocca di “The Promise Land” mi lascia paralizzato, ma mai quanto lo Springsteen intimo che si siede al pianoforte solo e sussurra “The Promise”: ti sembra di averlo ad un metro, con una pinta di birra doppio malto, lì in una notte in cui il mondo pare esserti crollato addosso e lui sembra capirti, dedicandoti una “perla” che ti scalda il cuore infranto e crepato come un cubetto di ghiaccio: << Beh, mi ero costruito quella Challenger da solo,ma avevo bisogno di soldi e così l’ho venduta\Vivevo con un segreto che avrei dovuto tenere per me,ma una notte mi sono ubriacato e l’ho rivelato\Per tutta la vita ho combattuto una battaglia che nessun uomo può vincere\Ogni giorno diventa sempre più difficile far vivere il sogno in cui credo\oh piccola, avevi così ragione...qualcosa muore sull’autostrada stanotte >>.
Da quel preciso istante tutti capiamo che non sarà più una serata comune, nell’aria annusiamo qualcosa che sembra un monito: qui si sta scrivendo la storia e così sarà, mentre la cute increspata fa capolino sulle braccia di ognuno di noi, durante il falsetto di “The River”. Il finale è speranzoso e profetico : “The Rising”, “Radio Nowhere”, “We are alive” e “Land of hope and dreams”.
Si spengono le luci ed i ragazzi escono per meno di 120 secondi. Ci si aspetta un paio di bis, ma nel libro del destino c’era scritto che la quarta notte al Meazza del Boss sarebbe stata qualcosa di epico e da tramandare ai posteri. I bis sono ben 10! In pratica inizia un altro concerto senza fine, ogni pezzo sembra dover chiudere ed essere l’ultimo, ma il "mostro" che è in lui sembra non aver più né la voglia né il coraggio di lasciarci e spezzare quello che sembra essere un incantesimo. Attacca il finale alla canzone che sta per nascere senza soluzione di continuità. Il solo intervello è l’ormai celebre grido: << One, two, three, four >> che intercorre fra le varie  “Rocky ground”, “Born in the U.S.A” ( questa l’hanno cantata anche i seggiolini), “Born to run”, che mi vede arrampicarmi alla trasenna in preda all’estasi più totale durante la strofa: << Un giorno ragazza, non so quando, arriveremo in quel posto dove davvero vogliamo andare e cammineremo al sole\Ma fino ad allora i vagabondi come noi sono nati per correre >>. “Cadillac ranch” e le festose “Hungry heart” e “Bobby Jean”  mettono a dura prova le nostre resistenze, ma è su “Dancing in the dark” che avviene l’ennesimo siparietto che lega in modo inimitabile il Boss al suo popolo: una ragazza mostra il suo personale cartello-richiesta: “Can I dance with Jake?” ( a proposito: vedere Jake con quel sax dorato è una stilettata al cuore, dato che è tremendamente simile allo zio sia nella carnagione che nella stazza fisica). Presto fatto: Bruce l’accontenta e la prende per mano portandola dal giovane nipote del compianto Clarence, impegnato in un poderoso assolo di sax, la fortunata si scatena al suo fianco mentre invece “Il Capo” balla con un ragazzino anche lui scelto a casaccio fra le prime file, poi Springsteen, da perfetto show man, si finge geloso e ottiene l’effetto d’essere travolto ed abbracciato dalla giovane ballerina che l’abbraccia e lo riempie di baci fra lo stupore generale. Un vero inno alla gioia! La mezzanotte è abbondantemente scoccata, ma Bruce non è Cenerentola e neppure vuole saperne di togliere la corrente, si va avanti ad oltranza! E’ il turno di “Tenth avenue freeze-out”, arcaica canzone il cui testo narra in maniera leggendaria l’incontro avvenuto fra Bruce e Clarence.
Sulla strofa: << Quando le cose cambiarono in periferia e Big Man si unì alla band >>. La musica si blocca come un giradischi impallato e con essa anche il corpo del Boss sembra assumere la posa plastica di uno spaventapasseri. Sul maxi-schermo centrale scorrono le immagini di 40 anni d’amicizia fraterna che ha legato i due sin dai tempi difficili ed assurdi in cui negli U.s.a gli uomini di colore non potevano salire sugli stessi autobus dei bianchi. La folla grida ripetutamente il nome di “Big Man” mentre Bruce pone il microfono nella nostra direzione, come a volerci invitare nuovamente a spingere sulle nostre corde vocali per fargli sentire in nostro affetto ovunque egli ora sia.
L’ultimo fermo immagine è un fotogramma mostra gli occhi di Clemons. Le mie pupille invece le ho nascoste dietro alla mia macchina fotografica, per il pudore di farmi vedere con gli occhi gonfi al punto d’aver inzuppato totalmente le lenti a contatto, con risultato di non vedere niditamente più nulla.
Bruce finge di non avere più fiato, si sdraia per terra dicendo: << Stop, please >>, a quel punto è “Miami” Little Steven che entra in gioco comicamente, bagnando un'enorme spugna d’acqua e gavettonando il suo condottiero che prontamente si rimette in piedi e come Clark Klent si tramuta in Superman e sfodera generosamente altre due songs: “Glory days ” e l’orgasmo finale di “Twist and shout”. L’ultimo riverbero rintocca a mezza notte e venti: 3 ore e 47 minuti dopo il primo vagito! Il secondo concerto più lungo ed inteso di tutti i tempi! (il primo appartiene anch’esso a lui, ma risale ad un concerto del 1980 al Nassau Coliseum, non certo all’odierna età di 62 primavere).
Ci si guarda increduli, idealmente ci sia abbraccia tutti quanti attorno a lui ed ai suoi “fratelli di sangue”. Bruce è commosso,trattiene a stento l’emozione e ha l’aria di chi sa che se non volta le spalle adesso non sarà più in grado di farlo. Si congeda con un: <<Arrivederci Milano >>, dopo che qualche manciata di minuti prima aveva ammesso con toni tutt’altro che ruffiani o di circostanza: << Questo è un posto speciale per noi, siete i numeri uno! >>.
Qualcuno non se la sente di abbandonare il campo di battaglia, qualcun altro teme che quel suo congedarsi con quelle palpebre tremanti ed in bilico nel trattenere i lucciconi dopo il “concerto della vita”, sia stato una sorta di tacito addio a questo stadio ed a questo tipo di tour.
Io non so cosa dire né cosa pensare. Preferisco concentrarmi sull’adesso e godere del sole che quest’uomo è stato in grado di portare nelle stanze più fredde e buie del mio intimo, laddove non spirava soffio vitale da tempo e la parola futuro era sepolta sotto strati di polvere e ragnatele. Una chitarra giace al mio fianco e sembra volermi invitare a ballare con lei.
La bellezza salverà il mondo, ne sono certo...oggi più di ieri.

 - ALESSANDRO  DE VECCHI -

martedì 29 maggio 2012

Gesti concreti per le vittime del terremoto in Emilia



http://notiziein.it/2012/05/29/terremoto-oggi-emilia-come-aiutare-con-un-sms-o-telefonata/


Sono diverse le iniziative di solidarietà messe in atto per aiutare le vittime del terremoto in Emilia.
SMS al 45500: la Protezione Civile ha disposto un numero per aiutare concretamente le popolazioni colpite dal sisma: a partire da stasera alle 19:00 è possibile inviare un SMS da cellulare o telefonare da fisso al 45500 al costo di 2 euro. Lo rende noto il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli.
Versamento su conto corrente: il Corriere della Sera e Tg La7 hanno indetto la raccolta di fondi “Un aiuto subito. Terremoto in Emilia” per le popolazioni colpite. I versamenti si possono effettuare al conto corrente IT73L0306905061 100000000671. presso Banca Intesa Sanpaolo, viale Lina Cavalieri, 236 – 00139 Roma.
Ospitalità: il sito Couchsurfing, utilizzato da chi vuole viaggiare con scambio di posti letto, ha messo in atto una rete di ospitalità temporanea.  E' possibile offrire la propria disponibilità, specificando il numero di posti a disposizione, la durata e il luogo.

lunedì 14 maggio 2012

Buon 1° compleanno Blog! un anno insieme a voi!

Maggio 2011-Maggio 2012: un anno di blog! La fiamma della prima candelina sulla torta di compleanno...immagino lo stoppino che sostiene l'incandescente flusso fluttuante e le nostre oltre 10 mila visite pronte a soffiare, ognuno col proprio desiderio. Voglio assolutamente evitare la retorica , ma vi assicuro che questo primo anno INSIEME è stato un anno colmo di tutto: di gioie, di dolori, di insegnamenti e di crescita continua: ogni "post" , gni parola, ogni video, ogni "frase del giorno", condivisa nei vari spazi comuni, è divenuta quotidianamente parte delle molecole che fanno parte del nostro "tessuto epidermico-spirituale comune".
Perciò oggi voglio ringraziare TUTTI, perchè questo spazio senza di VOI non esisterebbe, come nulla può esistere in maniera completamente autonoma ed egoisticamente isolata. Grazie a chiuque abbia lasciato una traccia, a chi è anche solo passato distrattamente a chi ha trovato giovamento, a chi ha criticato ed a chi  ha donato a me e a tutti gli altri  una parte di sè.
Non saprei davvero come ringraziarvi, per cui mi limito a dedicarvi queste parole scritte di getto ed in modo spontaneo.
Tutto ciò che dico o scrivo, nel bene e nel male, è semplicemente il frutto di pensieri personali e di quotidiana crescita introspettiva. Come si sa però questi sono mutevoli ed in perenne evoluzione, per cui rileggendomi e riascoltandomi fra qualche tempo potrei non ritrovarmi più completamente in ciò che io stesso ho espresso.
Questa considerazione la faccio solo per chiedervi di prendermi per quel che sono, nella mia incompletezza e mai troppo sul serio.
Anzi, a pensarci bene credo che ognuno di noi non debba assolutamente prendersi né poco né troppo sul serio, poiché non si può fare commercio di spiritualità e troppo spesso ci imbattiamo in numerosi “pseudo-santoni” o venditori di presunte miracolose certezze.
Qualche sano dubbio, una certezza radicata in meno e due sane risate in più (anche riguardo a noi stessi) non possono che farci del bene ed innaffiarci d’umiltà e saggezza.
Nel mio piccolo ho semplicemente tentato di capire, passo dopo passo, che la prima rivoluzione da fare è quella dentro se stessi: non puoi mutare nulla di ciò che percepisci al di fuori di te se prima non ti affacci al tuo interno, addentrandoti senza paura. Consapevole del fatto che ciò che hai visto all' esterno non è altro che la proiezione di uno dei tuoi tanti specchi nascosti.
Ho provato a intuire quanto non possa sussistere nulla dotato di un' esistenza propria, immutabile ed indipendente dal resto del creato.
Tutto ciò che notiamo, persino ciò che sbrigativamente definiamo “io- mio”, non è nient’altro che un tutt’uno interdipendente da altri fenomeni e da fattori indispensabili. In termini più semplici, facendo esempi che facilmente chiariscono più di inconcludenti e fumosi virtuosismi intellettuali (i quali finiscono solo con l’annoiare): noi non siamo unicamente ciò che possiamo toccare o ciò che è circoscritto dai confini visivi e tattili…siamo il frutto di ciò che abbiamo appena mangiato, bevuto, respirato e persino pensato. Siamo un’emanazione continua e mutevole del flusso energetico di cui facciamo parte.
Una nuvola è pioggia, così come la pioggia stessa è a sua volta nuvola.
Un frutto è anche la pianta che lo ha sostenuto, nonché il seme che lo ha generato e così via.
I colori verde, blu , rosso, ecc…dipendono dalla luce, la quale assorbe tutte le tinte esistenti tranne quella che poi ci giunge agli occhi. Persino il bianco è dipendente dal “frullato coesistente” di tutte le pigmentazioni riunite nello spettro della luce, così come invece il nero ha origine dalla mancanza di tale luminosità.
Insomma tutto è figlio delle leggi naturali di “principio-conseguenza”.
Comprendere con umiltà quando sia sciocco soffrire per cause illusorie come l’affermazione del proprio “ego” è la pietra che spezza la catena, l’acciarino che accende il fuoco della serenità.
La stessa serenità della quale, qualche giorno fa, sono stato piacevolmente invaso fino ad avere un sorriso bello come una luminosa mezza Luna. La causa della mia bocca in festa questa volta è stata un’adorabile chiaccherata.
Questa causa è dunque stata dunque “madre” di un’emozione a cui ho dato il nome “felice pace inconscia”.
Amo prendermi un po’ in giro, fare dell’auto-ironia e pensare che in qualche modo la mia coscienza sia semplicemente un poco come l’acqua di uno stagno: riflette tutto ciò che transita nei suoi pressi ed appare probabilmente più piacevole quando l’armonia di ciò che è solare la irradia.

P.S: ALTRE  CENTO  DI  QUESTE  CANDELINE   A  NOI  TUTTI !! (LOVE, PEACE AND FREEDOM)

- ALESSANDRO  DE  VECCHI -

lunedì 30 aprile 2012

* (tra parentesi)...un ulteriore piccolo augurio personale...

Non uso praticamente mai questo spazio per messaggi personali...lo considero come più volte ho scritto "una piazza comune" , talmente intima da vivere di sussurri e bandire assolutamente i megafoni.
Ho utilizzato questo mezzo in maniera un po' differente solo una volta, a Settembre dello scorso anno, per una ragione umana  validissima: per mostrare tutta la vicinanza spirituale possibile ad una persona importante che attraversava un momento delicato. A quanto pare il destino ha deciso che è arrivato il momento di farlo ancora e nella medesima maniera: discreta, silenziosa, non invadente né chiassosa.  
Da qui, oggi come allora, sussurro il mio augurio. Non servono altre futili parole, chi deve leggere sa perfettamente tutto ciò che stò augurandogli. 
Col cuore intero. Ale

venerdì 20 aprile 2012

Il profumo dei dubbi. (Un racconto di fantasia e vita)

La rossa insegna luminosa “on air” si era da poco accesa, brillava come un rubino dalle sfumature cangianti, avvertendo chiunque stesse sostando fuori dall’ingresso, che si era in onda.
La rugginosa porta metallica era sempre rigorosamente chiusa durante le dirette e separava la minuscola saletta insonorizzata dal resto dello scantinato.
Il suo aspetto richiamava i colori della radio (il blu ed il rosso) e sopra d’essa si stagliava un enorme adesivo fosforescente, i cui caratteri cubitali “Free Way Radio”, parevano li quasi appositamente a rattoppare la porzione più sgangherata dell’accesso…quella che senz’ombra di dubbio necessitava d’una riverniciata imminente.
Angelo e Dario erano da lustri ormai soprannominati “i cugini d.j.”. Non v’era abitante di Corciano che non li conoscesse e che non avesse speso almeno una sera in quella mitica “radio libera”, una delle ultime a resistere, quasi donchisciottescamente, al cinismo di una civiltà che tutto spazza via e altrettanto facilmente dimentica.
La radio copriva a mala pena il raggio di una cinquantina di chilometri: quando andava di lusso la si poteva udire ad ovest fino al lago Trasimeno e ad est sino a Perugia.
Eppure per molti ragazzi, ormai divenuti padri di famiglia, quel piccolo “bunker” era e rimaneva uno scrigno di ricordi e valori da difendere coi denti e col sangue.
Angelo divenne il coordinatore degli speakers volontari il giorno in cui il “padre morale” dell’emittente migrò a Londra per ragioni professionali ed umane. L’inseparabile cugino invece lo seguì, come sempre aveva fatto, anche in quest’avventura.
Per entrambi si trattava ovviamente di un hobby, ma la passione d’ambedue era davvero costante, roba da far impallidire chi la radio la fa per professione: 15 anni di impegni sempre mantenuti con gli ascoltatori, turni mai dimenticati o presi sotto gamba ed una forte capacità di coinvolgere altri ragazzi disposti a dedicare il proprio tempo libero.
Dario era da sempre un grande appassionato di musica “beat”, poteva davvero lasciarti senza parole, citandoti singoli e date d’uscita di ogni “pietra miliare” di quegli anni.
Angelo era invece un fanatico della letteratura e dei libri, al punto d’aver creato una trasmissione in tarda sera, durante la quale leggeva aforismi e stralci di grandi autori, per poi rispondere alle telefonate ed amabilmente ingaggiare discussioni che vertessero su qualunque appassionante tema della vita.
Un bel quadretto insomma: una radio “fai da te”, un manipolo di amici simpatici e rustici, proprio come il sistema d’isolamento acustico alle pareti, spartanamente composto da semplici collage di contenitori porta uova.
Quel curioso giovedì 26 Gennaio, un cd girava sul lettore come un presagio quasi profetico: "The times they are a-changing”. Dopo troppi mesi di mediocrità emotiva, molte cose stavano per prendere tacitamente una nuova ed inaspettata piega, come le vele d’un vascello a lungo ancorato e bruscamente sul punto di salpare senza preavviso...ma di questo, in quel crepuscolare momento, nessuno ne era ancora conscio.
La vita di Angelo, negli ultimi tempi, aveva spesso avuto le sembianze di un percorso ad ostacoli. Nastri ininterrotti e munifici di peripezie e traversie umane.
Ogni aspetto esistenziale non lo aveva risparmiato affatto di colpi di scena poco gradevoli, infliggendogli una sorta di climax semi-drammatico: la scomparsa del fratello minore, la perdita del lavoro e, ciliegina sulla torta, la fine di una rapporto sentimentale zeppo di alti e bassi…paragonabile al tracciato d’un elettrocardiogramma tachicardico.
Insomma, ce n’era stato davvero abbastanza da mettere in ginocchio anche il più roccioso essere vivente.
Furono proprio quei travagli a suggerire ad Angelo quanto in fondo siamo tutti potenzialmente degli “illuminati”. La maggior parte di noi vive sporadici momenti o scintille di “risveglio” improvvisi come lampi, ma purtroppo poi torna al quotidiano agire inconsapevole.
Del lavoro naufragato Angelo non ne proferiva con nessuno, solamente il cugino era al corrente della sua attuale situazione professionale.
Forse una sorta di pudore o sciocca vergogna gli impediva di rivelare, persino ad amici e persone fidate, la verità.
Non era per nulla semplice per un uomo come lui, da sempre abituato a contare solo su se stesso, ammettere di vivere una situazione durissima, al limite della sopravvivenza creativa.
Dai 19 ai 37 anni aveva sempre svolto la professione rappresentante d’azienda, con brillanti risultati e grandi doti oratorie.
Reinventarsi una nuova carriera era davvero un’impresa titanica in quel periodo di crisi economica globale e così Angelo decise di accettare ogni tipologia di mestiere, anche il più umile e faticoso.
Da circa 4 mesi si svegliava in piena notte per impastare il pane, in un forno di Migiana, una graziosa frazione di Corciano.
Spessissimo inoltre si proponeva come fattorino tuttofare per gli anziani del posto, recandosi a fare la spesa per essi e recapitandogliela in casa, in cambio di modici compensi, ma soprattutto della promessa di discrezione riguardo alle sue difficoltà.
Nonostante tutto Angelo ce la faceva, tirava a campare esattamente come una di quelle creature che muta pelle ma è dura a morire.Il suo orgoglio, la sua tenacia, gli avevano permesso di restare comunque a galla, mantenendo la sua indipendenza.
Molti suoi amici coetanei avevano vissuto o stavano vivendo situazioni simili, dovendo tornare a casa dei genitori, magari anche un po’ anziani.
Sebbene per Angelo questi contesti non erano certo tacciabili di colpe, lui nella sua testarda ostinazione continuava a nascondere le problematiche persino ai suoi genitori…forse per la convinzione assurda di non volergli recare preoccupazioni.
Una mattina, qualche settimana precedente, tornando dalla panetteria, gli era capitato d’incrociare alcuni suoi vecchi conoscenti. Non appena s’era accorto di essere sporco di farina, si nascose nell’abitacolo della macchina, cercando rifugio per cambiarsi gli abiti.
Era solito portare con sé la sua vecchia valigetta da portatile con il nome dell’azienda per la quale aveva lavorato sino all’estate precedente ed una camicia elegante, che ormai non usava più, se non per mettere in atto questo finto teatrino.
Dario quel giorno aveva visto l’intera scena e quando scorse il cugino scendere dall’auto vestito di tutto punto nel tentativo di spacciarsi per ciò che non era più, lo guardò con occhi eloquentemente rattristati, pur senza esprimersi.
Fu proprio Angelo a non lesinare parole: << Ti prego cugino, non guardarmi così! So di sbagliare, ma mi sento così male da non riuscire a fare a meno di fingere d’essere ciò che sono stato in passato. Ci sono giorni in cui vorrei smetterla con questa patetica farsa, ma la mia rabbia prende il sopravvento annebbiandomi i sensi…mi sento derubato e sottratto della mia identità >>.
Dario scosse il capo e con voce delicata e premurosa disse: << Angelo, tu non sei il tuo mestiere, così come non sei i tuoi vestiti o la tua auto. Tu hai una personalità che sa avvolgere e rincuorare chiunque ti stia attorno. Tu sei i tuoi pensieri, il tuo carisma, il tuo cammino…non scordartelo, così come non me lo scordo io quando orgogliosamente ti guardo rincasare alle 5 del mattino pieno di farina. Avresti potuto fare la fine di Geppo, di Samuele o di Lino, ed invece sei qui a sudare onestamente per pochi spicci puliti, devi essere orgoglioso di te stesso almeno la metà di quanto lo sono io >>.
In quel momento i due cugini si scambiarono un abbraccio inestimabile. Nella mente di Angelo le parole del cugino rimbalzarono a lungo, come una palla da bigliardo colpita da una stecca sapiente ed in grado di farle perlustrare l’intero perimetro del tavolo, prima di entrare in buca.
In effetti il discorso di Dario aveva sortito un effetto taumaturgico. Esattamente in quel frangente Angelo la smise di provare inutile vergogna e fu colto da una sorta di “momento satori”, durante il quale accettò e riconobbe il significato ultimo e l’opportunità di cambiamento di tante esperienze pur dolorose che stava vivendo.
Il cugino lo aveva scosso parlandogli di Geppo ed altri ragazzi del paese. Tutti soggetti che, investiti  dalla crisi, si erano buttati in attività non esattamente lecite e moralmente nobili.
Riciclaggio di denaro, corse clandestine, scommesse truccate ed una serie di altri sotterfugi torbidi, erano stati l’ancora di questi ultimi, decisi a piegarsi alla logica del denaro facile piuttosto che al sacrificio.
Così quel Giovedì in radio, il cd di Bob Dylan girava sul lettore, propagando nell’etere il suo speranzoso monito: << Perché la ruota sta ancora girando e non c'è nessuno che può dire chi sarà scelto. Perché il perdente adesso sarà il vincente di domani. Perché i tempi stanno cambiando >>.
Angelo socchiuse le palpebre, assorbendo all’interno del propri follicoli piliferi un pensiero spontaneo: << Non siamo mai così vicini a noi stessi come quando ci perdiamo >>.
Poi scattò una foto al cd che ruotava, quasi a voler fermare quell’istante. Avete mai fatto caso al fatto che tutta la nostra vita è costellata di foto che immortalano momenti felici della nostra presenza? Nessuno credo, scatterebbe foto di momenti che non vuol ricordare…in fin dei conti una foto non è altro che un tentativo di rimembrare a noi stessi o a chi ci seguirà, che siamo passati in questo sentiero trafficato e che durante il tragitto (talvolta agevole ed in altre occasioni arduo) abbiamo trovato anche isole di gioia, passione e letizia.
Portiamo con noi il meglio di noi stessi, poco o tanto che sia. Lo facciamo come quando si va ad una festa e si lascia in ordine la casa che ti ha ospitato, andandosene in punta di piedi. Così che, quando ci guarderemo allo specchio fra 20 anni, osserveremo scrupolosamente ogni ruga che nel frattempo mi ornerà gli occhi, quasi a volerci indicare come quelle figure, lì riflesse, non abbiano lasciato nulla di intentato lungo il sentiero di una vita, che a quel punto potrà anche avere mille orme di rimorsi…ma nemmeno l’ombra di un rimpianto.
Assorto e quasi assorbito da queste considerazioni, Angelo alzò il fade del microfono mentre il pezzo di Dylan sfumava.
Lesse una e-mail di una assidua ascoltatrice di nome Rossana, era una donna che spesso si torturava in relazioni impossibili, dando quasi l’impressione di trovare anche un certo auto-compiacimento nel dolore.
Le e-mails di Rossana vertevano spesso intorno alla sua incapacità di accettarsi come persona, ponevano cascate di domande su come poter migliorare le propria vita e dargli un nuovo impulso mutante.
Angelo decise di dedicargli una risposta speranzosa, leggendo uno stralcio di un “post” che pochi giorni prima aveva lui stesso scritto sul suo blog personale:

<< Probabilmente solo chi riconosce la dannosità dell’inutile ed egoistica definizione di un  ‘IO assoluto’, può scoprire la natura del “veritiero essere". 
Questo è il mio umilissimo messaggio speranzoso, tutto ciò che posso donare (nel mio piccolo), a chi come me, in questi giorni sta vivendo scosse d’assestamento e bagliori di timore misti a confusione.
La mia esperienza può essere un tutt’uno con voi, poiché siamo tutti interdipendenti e legati anche quando non lo sospettiamo.
Quando una singola goccia d'acqua incontra l'oceano diviene l'oceano stesso.
Quando un singolo pulviscolo di sabbia incontra la terra diviene la terra stessa.
Quando un termometro a mercurio si rompe, tutte le parti del mercurio stesso si dividono in singole unità sferiche, che crediamo indipendenti...la verità è che quando le avviciniamo esse tornano a congiungersi, poiché parte di un unica sostanza. Questo avviene esattamente per ogni cosa e per ogni essere vivente, noi compresi.
A volte mi sento spaesato, mi sveglio e mi pare di non aver più familiarità con la figura che scorgo allo specchio.
Credevo d'essere uno che sa correre nella vita...credevo a tante cose illusorie, sino a quando non ho incontrato la mia ombra che superandomi mi ha ammonito: - sei chinato sui posti di blocco ad attendere un colpo dello starter, ma la verità è che non scatterai mai se prima non impari ad esplorare completamente te stesso -
Il corpo comunica, le sue sofferenze sono un campanello d’allarme azionato dall’anima in affanno, ma molto spesso noi agiamo solo sul sintomo calmandolo temporaneamente, invece di andare alla radice ed interessarci delle cause. Basterebbe comportaci come si fa con quei bicchieri d’acqua sporca, le cui impurità vengono completamente eliminiate continuando a versare acqua limpida sino a quando il precedente contenuto stagnante non trabocca.
Così faccio pulizia di me stesso e pochi istanti a seguire comprendo che quell’involucro di carne, ossa e atomi non sia altro che il contenitore di qualcosa di ben più importante: la gabbia toracica avvolge una coscienza che è in grado di esistere liberandosi oltre tempo e dimensioni, lasciando tracce non estinguibili. Nulla si distrugge, tutto si evolve e passa energeticamente da una forma all’altra. Questo sembra volermi dire oggi ogni cosa che tocco e vedo. Questo diceva Enistein nella sua famosa teoria… e se è vero che la miglior legna non cresce nei luoghi agiati, ma è bensì quella degli alberi che hanno resistito alle tempeste più grandi, spero di evolvermi forte come una quercia e leggero come la brezza, poiché l’essere potrebbe assomigliare al tracciato di un cerchio del quale non esiste un vero e proprio inizio né un'ipotetica fine. >> ALESSANDRO DE VECCHI.

giovedì 22 marzo 2012

IL PESCATORE DI DOMANDE (una piccola fiaba)

Un giovane ben vestito e dall’aspetto curato si avvicinò ad un anziano pescatore che quotidianamente stazionava sulla panchina del porto. Il giovane era benestante e rivestiva ruoli di potere nella società, mentre l’uomo era un instancabile lavoratore dall'indole umile e saggia.
Ogni giorno, passando per il porto, il ragazzo scrutava l’anziano seduto sulla panchina. Lo ammirava nel suo essere attorniato da bambini, animali ed in radiosa contemplazione del mare. Di tanto in tanto confrontava il volto pacifico e sereno di quell’uomo al suo, si guardava nello specchietto retrovisore e scopriva d’essere costantemente ansioso, infelice e adombrato, nonostante fosse circondato da ogni ricchezza materiale.
Così, un venerdì apparentemente ordinario, si decise a scendere dalla sua fiammante auto sportiva, si sedette accanto al pescatore ad osservare il mare e ad accarezzare i numerosissimi cani e gatti che girovagavano attorno a quella panchina, sembrandone quasi attratti magneticamente.
<< Voglio quello che hai tu >> disse il giovane. Il vecchio alzò il capo e mise una mano sulla spalla del ragazzo, restando in silenzio mentre quest’ultimo continuò: << Ho comperato una casa nuova, ho cambiato auto, ho denaro, donne e successo, eppure sono sempre insoddisfatto. Tu hai solo le vesti che ti vedo indossare ogni giorno, quel cappello bucato, eppure sei in pace…vorrei anch’io quello che hai tu, donami il tuo segreto te ne prego >>.
L’anziano si tolse il cappello scucito e sgualcito, lo pose sul capo del ragazzo dicendogli: << Tienilo, ora è tuo, te lo regalo >>. Il giovane rimase basito, non capiva cosa il pescatore stesse cercando di comunicargli, ma accettò l’omaggio ed aggiunse: << Ma così ora sei ancora più povero, come farai a riparare la tua fronte dal sole cocente? >>.
Il pescatore sistemò il berretto sulla testa del ragazzo e gli disse con voce compassionevole: << Tu volevi ciò che posseggo ed io te l’ho donato. Vuoi sapere come faccio ad essere felice? La verità è che mi occupo solo di ogni singolo istante presente. Se agli occhi delle altre persone o di questi animali appaio lieto, probabilmente è poiché non sono attaccato a nulla. L’attaccamento e la bramosia sono fonte di dolore, poiché nulla è eterno: tutto si evolve ed è destinato a cessare. Quel cappello un giorno si sfilaccerà e non sarà più in grado di svolgere il suo compito. Perciò è inutile trattenerlo con avidità, così come è fonte di sofferenza fissarsi sulle cose della vita, pretendendo che vadano in un certo modo. Quando le situazioni andranno nella maniera che desideri sarai euforico, ma quando esse muteranno ne soffrirai, perché non vivrai più la condizione di prima. Devi imparare a lasciare andare. Lasciare andare non significa disinteressarsi, al contrario: è il sentiero che conduce all’amore più puro per la vita, dato che la natura d’essa è mutevole e cangiante.
Vuoi essere felice, vero? Ama ed accetta te stesso e gli altri così come sono, con le tue e le loro imperfezioni. Non fuggire dal dolore, riconoscilo, accoglilo e prenditene cura come una madre farebbe con un figlio malato, solo così puoi superarlo e trasformarlo in gioia veritiera…in consapevolezza >>.
Il ragazzo si alzò dalla panchina, accese il motore della sua auto e guidò verso casa con il cappello sdrucito indosso.
La mattina seguente si svegliò e si accorse che aveva scordato di legare al muretto la sua collezione di aquiloni pregiati. Ben tre d’essi erano volati via, spinti dal vento forte ed ora giacevano tra le mani dei bimbi del porto.
Il giovane guardò i bambini correre ed inciampare fra le corde d’oro dei costosissimi aquiloni, ma non sentì più il bisogno di trattenerli. Accettò di vederne le tele sporcarsi di terra e acqua. Accettò il primo capello grigio sulla tempia sinistra, che quella mattina scovò riflesso allo specchio e sorrise come mai aveva fatto in trent’anni.
Quel giorno non accese il motore, ma trovò acceso se stesso e si recò nuovamente al porto, con occhi illuminati quanto il faro che rammenta la retta via ai marinai.

- ALESSANDRO DE VECCHI -

giovedì 1 marzo 2012

<< Passeggiata lungo il momento trasparente >>

Un timido sole sembra volere mettere il naso fuori da un inverno gelido nelle temperature e negli eventi. Esco a fare due passi, una tappa in tabaccheria a pagare un paio di bollette ed osservo il ritmo più lento e rilassato con cui le persone attorno a me passeggiano.
Sembrano già lontani i tempi del passo spedito, quasi a voler dribblare il morso vampiresco dell’aria refrigerata. Le bocche, ferme ai lati dei marciapiedi ed impegnate in allegre discussioni, non esalano più fumi che non siano quelli di sigarette.
La primavera è dietro all’uscio, pronta a bussare con la sua consueta discrezione ed il suo delicato “bon ton”.
Una stagione che amo da sempre e che nell’immaginario collettivo viene associata alle rinascite: quelle della natura, che rifiorisce dopo settimane di coltri bianche e cespugli spogli come autostrade deserte o quelle degli animali, al risveglio dal torpore del letargo.
Spesso quest’iconografia comune ha ritratto anche me in marcia verso una personale reviviscenza…e così oggi, senza preavviso né una particolare ragione, mi sento di scrivere due righe e condividerle in questo “luogo” ormai così familiare.
Non ho pretesa alcuna né uno scopo ben preciso, se non quello di gettare un sorriso nelle acque ferme dello stagno. Un sorriso non costa nulla: si dice che per dipingerlo sul nostro volto occorra semplicemente l’impiego di 12 muscoli, mentre per mantenere un aspetto cruciato dal broncio ce ne vogliano ben 72! Meglio sorrider dunque? Beh direi di sì…anche quando non è per nulla facile facile, anche quando tutto sembra andarti storto e la sofferenza pare stringerti il petto in una morsa d’acciaio fino a procurarti un acuto e silente dolore. La verità è che guardiamo nel fondo del nostro pozzo quotidiano v’è sempre una ragione, una speranza alla quale aggrapparsi…persino quando non la scorgiamo lei in realtà esiste, quindi proviamo ad anticipare gratuitamente una risata, che sia appena accennata o esuberante, a denti stretti o sguaiata al punto d'allargare le nostre labbra. Ridiamo e smettiamo di prenderci troppo sul serio, proviamo a sorridere anche dei nostri guai: è così saggio e bello essere ironici ed auto ironici.
Proviamo ad imparare ad osservare il cielo nella sua spaziosità: nessuna nuvola, per quanto cupa possa essere ha il potere di coprirlo. Le nuvole vanno e vengono... transitano e sono semplicemente di passaggio: non ne esistono di più importanti, solo di forme e colori differenti...ma non impediranno mai comunque al cielo di manifestarsi.
Una stupenda canzone di Lorenzo Jovanotti mi suggerisce: << Dicono che è vero che ogni sognatore diventerà cinico invecchiando
dicono che è vero che noi siamo fermi è il panorama che si sta muovendo
dicono che è vero che per ogni slancio tornerà una mortificazione
dicono che è vero sì ma anche fosse vero non sarebbe giustificazione
per non farlo più, per non farlo più, ora.  Non c’è montagna più alta di quella che non scalerò
non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò
ora. Ora. Ora >>.
Esco dalla tabaccheria e regalo al mio udito << Jugleland >> di Springsteen, impreziosita da quel sax che ogni volta ha il potere di farmi commuovere e piangere mentre contemporaneamente gioisco…la meraviglia delle contraddizioni più dolci: un po’ come quando piove con il sole e stille calde e soffici cascano avvolgendoti e prendendosi cura di te.
Buon "ORA" a tutti ....

<< Passeggiata lungo il momento trasparente >>
Le note di sax della “Giungla d’asfalto” m’ispezionano il corpo,
insinuandosi nei timpani
sino a perlustrarmi nella totalità.
Giocano a nascondino fra i muscoli e le ossa,
passeggiando lungo brandelli di carne
e nuotando nel mio plasma.
Un alito di consapevolezza mi sostiene
ammaestrando i miei passi,
indirizzandoli verso la luce
che s’irradia dal mio inconfessato.
Un “momento trasparente” prende luce e vita
come una rivelazione nel silenzio prevedente.
Potrei essere ovunque,
con parti di me sparse in ogni dove:
i piedi nel cuore della grande mela a Manhattan
ed i polmoni sulla più alte vette dell’Himalaya…
…il respiro di un “risvegliato” non conosce parole,
ma ha echi che asciugano alluvioni di lacrime.

-  ALESSANDRO  DE  VECCHI -

venerdì 10 febbraio 2012

La farfalla libera sul palmo della mano

Febbraio: mai come quest'anno periodo di neve, gelo, pelle tagliata da bufere e temperature in grado di metterti a dura prova. Sembra un po' il quadro interiore di ciò che ultimamente sto passando anche a livello umano, ma come ho ripetuto svariate volte anche in questo umile spazio: ogni difficoltà è una prova della vita, un'opportunità che quest' ultima ci offre insieme alla consapevolezza di dover azionare i necessari cambiamenti propositivi.. quindi bando alla ciance, nessun piagnisteo nè accenno al vittimismo, solo tanta sana voglia di rimboccarsi le maniche e vedere cosa ci sarà dietro l'angolo del momento appena trascorso.
Entro nel futuro a piedi nudi ed a mani alte, in pace assoluta e disarmato..anzi a voler essere intellettualmente onesto un'arma ce l'ho: è il sorriso che ho appena lasciato libero curvare i miei muscoli facciali :)
Ho davanti a me fogli immacolati...già, proprio così: fogli bianchi come fantasmi mi scrutano, cercando in me un padre che gli doni colore e ninne nanne da raccontare a questa notte.
Le ore piccole mi avvolgono, il gelo cerca di mordermi come un vampiro, ma non ce la fa: il mio sangue bollente fa svariate volte il giro completo del mio corpo, sino a tracciare una mappa che svela il mio respiro vitale...mi accorgo di esserci, sono vivo o addirittura provo qualche cosa in più del vivere.
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La vita è un breve passaggio, attraverso itinerari la cui unica segnaletica presente è quella di enormi punti interrogativi.
Perciò fai in modo di rendere il viaggio degno del più lungo sospiro di meraviglia e stupore.
Vivi senza costrizioni.
Dona senza paura.
Ama senza riserve.
Quando senti l’emozione mettersi in moto, non tirare il freno a mano.
Spegni il navigatore e lascia che sia la voce che senti al tuo interno ad indicarti il percorso.
Non trattenere ciò che provi per stupido orgoglio, poiché ciò che non pronunci oggi, dandolo per  scontato, un giorno potrebbe divenire un silenzioso ed ingombrante rimpianto.
Non rimandare a domani le parole che i sentimenti ti suggeriscono, perché quel domani potrebbe non esistere.
Fai tutto ciò con passione e poi siediti fiduciosamente nella quiete, senza più nulla compiere.
Aspetta che sia la farfalla a posarsi spontaneamente sulla tua spalla e poi sul palmo della tua mano.
Se ciò accadrà, seguita a lasciarla libera di volare: giacerà nuovamente con le sue ali sulla tua pelle, amandoti profondamente.
Se invece preferirà volteggiare fra le maglie d’una rete pronta a catturarla, o tra le pareti d’una gabbia dorata, beh tu non serbarle mai rancore.
Continua segretamente ad amarla in maniera pura e sincera.
Verrà l’alba in cui percepirà che il solo amore veritiero è la tua mano aperta…non il filo spinato che le punge le ali adesso.
- ALESSANDRO DE VECCHI -


venerdì 27 gennaio 2012

27/01: il giorno della memoria.. tutti insieme gradiamo "mai più" !

27-01 "giorno della memoria" ... ecco una mia piccola poesia tratta dal mio libro "Fuori dallo stormo"
( http://ilmiolibro.kataweb.it/community.asp?id=8029 )

Tutti insieme gridiamo: << Mai più! >>

domenica 22 gennaio 2012

fuori dalla "campana di vetro"...

Una frase in queste ore mi risuona nell’inconscio come una canzone dal ritornello quasi ipnotizzante: << La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati in altri progetti >> (John Lennon). 
Colto dal piacere di farmi sorprendere, scopro che quasi del tutto spontaneamente la mia mente aggancia a quest’aforisma una sua considerazione: << La vita è anche ciò che si rivela solo al di fuori delle campane di vetro… è ciò che accade fuori dagli acquari, all’esterno delle finestre e degli oblò…la dove c’è la possibilità di scottarsi o procurarsi anche botte e cicatrici, certo, ma coscienti di come esse siano forse il rischio da pagare per vedere sbucare nel nostro animo fiori veri e non pallidi surrogati ottenuti in serra >>.
Probabilmente il nostro vivere è paragonabile ad un moto perpetuo, una specie di puzzle infinito, dove la ricerca dei pezzi non cessa mai.
Una cosa CREDO di averla pian piano fiutata e compresa: non si possono avere gli strumenti per amare nessuno se non si è capaci di amare innanzitutto se stessi. Chi non sta bene con sé stesso, chi non si rispetta per ciò che è, chi non si dona al mondo con atteggiamento costruttivo anziché disfattista, difficilmente potrà offrire qualcosa di positivo all’umanità.
Volersi del bene e prendersi cura del proprio essere non è sintomo d’egoismo. L’egoismo semmai è pensare solo ed esclusivamente al proprio tornaconto, cercare nell’altro una stampella emotiva o qualcosa che colmi il proprio vuoto.
Penso che quest’ultimo modo di agire infatti non possa essere amore, poiché è legato al bisogno, ed il bisogno non è mai dettato da sentimenti incondizionati e puri, ma da mere necessità.
Tornando all’utilità dell’amor proprio e dell’accettazione di se stessi (come segreto per donare luce e calore vitale), adoro fare un paragone: non prendere in considerazione questi valori è un po’ come  avere la pretesa di procurare del piacere all’epidermide altrui con un massaggio delicato, ma accingersi ad effettuare il massaggio con mani ruvide, tagliate o addirittura sanguinanti. E’ evidente che curare le proprie mani, ammorbidirle ed avvolgerle nel caldo olio profumato prima di iniziare a massaggiare il derma altrui, è necessario e terapeutico per entrambi gli individui coinvolti.
Credo che così si possa divenire completi: non delegando la nostra felicità. Quando si intuisce che l’altra metà della mela non è qualcun altro, bensì è la fetta vagante della nostra consapevolezza, si è compiuti…a quel punto finalmente si può porgere con gioia il frutto intero al prossimo, amando ORA Sì  in modo totale e più appagante.
Tutte queste considerazioni mi portano inevitabilmente a parlare della paura: un sentimento naturale, a volte sensato e necessario alla sopravvivenza (quando giustificato), altre volte invece purtroppo distruttore e deleterio… soprattutto quando ci si lascia sopraffare da essa e ci si preclude della scoperta del “nuovo”, della gioia che ci attenderebbe al di fuori della famosa “campana di vetro” che ci siamo costruiti illudendoci di viver meglio.   
La scrittrice Mabel Katz ci insegna a liberarci dalla paura di agire e di metterci in gioco dicendo: << Siamo tutti dipendenti dalla paura, dalla sofferenza. A volte preferiamo soffrire perché ci è familiare. Sappiamo come ci fa sentire la sofferenza e nonostante tutto ci sentiamo a nostro agio con essa perché l’abbiamo appunto conosciuta: è una cosa consueta, quotidiana.
Quando prendiamo il coraggio di affrontarla e superare i vari timori, raggiungiamo l’altro lato del tunnel, vediamo la luce ed oltre a sentirci trionfanti e molto felici di noi stessi ci guardiamo indietro e scopriamo che ciò che ci spaventava non era così terribile >>.
Io sono convinto che la paura di vivere situazioni ed emozioni nuove, di cui non abbiamo sicurezza, derivi dall’ impossibilità di controllare tutto (cosa che noi pretendiamo inutilmente e goffamente di fare con  qualsiasi cosa ci si presenti). Tutto ciò scaturisce in una sorta di “sindrome del comodo agli arresti domiciliari”.
Colui che ha il terrore di “tuffarsi” in una nuova avventura che potrebbe dargli tanto, finisce col restare inerme come uno spaventapasseri, ma non lo fa per cattiveria o masochismo, è semplicemente bloccato in questa sorta di “gabbia dorata” dove tutto sommato crede di non stare così male: ha una centinaio di metri quadrati in cui muoversi, una finestra da cui guardare il mondo ed acqua e cibo delizioso quotidianamente, senza fatica alcuna, senza doversi porre domande né mettersi in discussione. Arriva persino ad auto convincersi che tutto ciò sia il suo bene e la sua fortuna e che non occorra uscire là fuori per vivere, ma sia sufficiente spiare la vita attraverso quella finestra o magari da un patetico spioncino che gli mostra come sarebbe la vita di cui tanto parla quando di tanto in tanto si lamenta.
Non ha alcuna palla al piede né manetta al polso, molto peggio: il suo lucchetto è privo di chiavi poiché è mentale. Un famoso adagio dice: << dimmi cosa pensi e ti dirò chi sei >>. I pensieri plasmano la nostra realtà per la semplice ragione che sono composti da energia e come si sa l’energia non si crea né si distrugge…passa da una forma all’altra appunto, divenendo pian piano realtà. Convinciti di essere destinato a quel tipo di vita da “comodo recluso” e finirai col sperimentarla nella realtà. Potrai anche di tanto in tanto lamentarti, borbottare e sfogarti con l’amico, l’amica o il conoscente di turno dicendo: << sono sfortunato, il mio destino è questo, non ho la vita che voglio...ecc…>>, ma la verità è che il desiderio di cambiare quella situazione è del tutto assente in quelle inutili parole di rito e prive di convinzione atta all’azione.
E’ troppa la resistenza dello stato comfort, l’abitudine consolidata, al punto che si preferirebbe restare a vita in quella sorta di “limbo dalle mura apparentemente accoglienti” (dove però purtroppo non si evolve, non si cresce, né si cambia mai).
Ogni giorno il “comodo recluso” trova tutti gli oggetti e le sicurezze conformiste di cui si è persuaso d’aver bisogno, nella medesima posizione in cui l’ha lasciata la sera precedente… finita l’abbuffata magari ha anche la possibilità di dedicarsi al giardinaggio curando piante comprate in una serra. Osserva ciò che accade al di fuori di quel vetro, ma non conoscerà l’ebbrezza di abbandonare quei “vasi da vivaio” e rotolarsi in un grande prato di violette con qualcuno che con amore lo prenda per mano.
Eppure basterebbe così poco: la semplice consapevolezza che il mondo è in quel che ancora non conosciamo… è oltre quella persiana, al di fuori di quel recinto mentale che tanto ricorda la “finta vita” di cui era vittima Jim Carrey nel film “The Truman Show”.
Sarebbe sufficiente la coscienza che una volta superato quel senso di vuoto che si prova dopo il lancio, ci attende la meraviglia di vincere la “paura di essere felici”. Già, perché così come la paura di soffrire (alla quale ci si abitua e si finisce col farne amicizia) esiste anche e soprattutto la paura di assaggiare la felicità e diventarne indissolubilmente protagonisti attivi.
 - ALESSANDRO  DE VECCHI -



P.S: qui sopra un ricordo che porto con me con piacere: una serata come ospite di una "radio libera" di Milano (Kristall Radio), esperienza che mi ha insegnato quanto le parole, soffiate in quel microfono e poi lasciate andare nell'etere, possano essere foriere d'eternità.

mercoledì 11 gennaio 2012

11 Gennaio: un pensiero a voi due lassù!

11 Gennaio: una data, un numero palindromo, seguito dal nome proprio di un mese. Il mese che fa da apri-pista al corteo di speranze che ogni nuovo anno porta con sé. Letta così questa sequenza di cifre e lettere può sembrare una macchia qualunque sul taccuino.
Ci sono giorni in cui il calendario ha tutte le sembianze di un semplice mazzo di fogli appeso al muro in modo statico: quasi volesse indicarci giorni che per una ragione o per l’altra ci appaiono l’uno la copia dell’altro.
Vi sono invece ricorrenze che non necessitano di calendari né agende per farsi spazio nel nostro intimo: oggi è una di quelle.
Oggi non ho avuto necessità di sbirciare da nessuna parte: la solennità di questo 11 Gennaio ha avuto il potere taumaturgico di scalzarmi dal letto in piena notte, richiamandomi all’ordine... ...catapultandomi come un soggetto ipnotizzato verso tastiera e monitor per scrivere due righe: buone innanzitutto per me stesso, perchè capaci di mitigare quella fitta al cuore che ho sentito poco fa ed arginare il primo tentativo, da parte della più canaglia delle mie lacrime, di valicare il confine tra ciglia e guancia.
Insomma, questo non è un giro qualunque delle 24 tacche d’orologio per me… no, non lo è per nulla.
Sarà che invecchiando sto diventando sempre più un introverso che gioca a fare il duro, ma che quando è solo con se stesso si scioglie come camion di gelati a Luglio. Sarà che certe situazioni mi restano dentro come schegge latenti e capaci di penetrare tutti gli strati di epidermide dell’anima.
Resta il fatto che maledetto o benedetto 11 Gennaio sei qui, col tuo sapore agrodolce e tutta la tua gamma di retrogusti gradevoli ed al contempo acri.
Voi due che fate a quest’ora della notte? Potete leggermi in questo momento? O forse lassù siete già stati investiti dallo tsunami di milioni di pensieri giuntivi da tutti coloro i quali vi amavano e continuano a farlo?
Beh, che mi sentiate o meno io sono qui a far andare le mie dita sui tasti ritmicamente, come un ballerino di tip tap, e forse questo percuotere sta prendendo lo stesso ritmo delle vostre canzoni.
A dire il vero non so bene cosa scrivere: non uso mai l’intelletto in queste occasioni, preferisco farmi guidare dall’istinto dei sentimenti e dall’improvvisazione…faccio un po’ come si fa nella musica blues.
Fabrizio ci manchi! Che dici, sono stato abbastanza diretto ? Dimmi un po’ Faber: quante volte te lo sei sentito dire in questi 13 anni? Ho saputo che la tua compagna Dori Gezzi ha congiunto la sua mano alla tua, tenendoti sveglio quattro giorni e quattro notti consecutive, mentre giacevi nel letto di quell’orribile istituto in cui hai trascorso le tue ultime settimane di vita. Avevi paura di chiudere gli occhi e non riaprirli mai più, ma te ne sei andato così: consegnando al tempo quella goccia di splendore di cui parlavi e cantavi  proprio in “Smisurata Preghiera”.
Clarence, oggi avresti compiuto 70 anni! Buon compleanno “Big Man”! il “Boss” ti sta preparando una sorpresa proprio in queste ore! Uscirà con un nuovo album di canzoni inedite e ci saranno concerti con la band! Che non mi vengano a raccontare che il 7 Giugno al concerto di  San Siro non sentirò il suono del tuo sax, perché non crederò a nessuno di costoro: ruoterò il mio collo, volgerò il mio sguardo più in alto che potrò e sarò certo di vedere luccicare il tuo sassofono. Forse qualche miscredente confonderà quel bagliore con la luce di qualche costellazione….certamente non io “Big Man”! Scalda le dita, indossa i tuoi guanti di pelle: sono pronto a farmi mettere k.o. dal tuo assolo che esplode dopo la voce di Bruce in “Jungleland”.
Ragazzi quante storie! Un cielo solo non può bastare a contenere tutto ciò che ci avete regalato grazie alle vostra musica,  perciò avvisate “il titolare” che occorrerà raddoppiare i piani celesti.
Era il 18 Giugno dello scorso anno quando tu Clarence ci hai lasciati e nei giorni immediatamente successivi io, per un strano scherzo del destino, ti paragonai assurdamente a Faber, forse per motivazioni affettive tutte mie, o probabilmente per alcuni aspetti enigmatici. In questo mio piccolo spazio mi permisi di scrivere: << ”Big Man”,  idealmente per me sei già andato a prenderti il tuo posto accanto a “Faber”. Vi ritroverò un giorno, seduti sulla stessa panchina. Tu col tuo sax a tracolla a regalare al tempo un assolo come quello di “Jungleland”. L’altro a cantare, con una sigaretta fra le dita e la chitarra in grembo; mentre racconta d’utopia e sana anarchica libertà.
In verità siete così diversi, ma il mio inconscio vi contempla in qualche modo simili, in qualche sfumatura, tra il latteo e l’ebano delle vostre carnagioni.>> (http://alessandrodevecchi.blogspot.com/2011/06/grazie-di-tutto-big-man.html)
Ieri mentre girovagavo per la città in auto ascoltando vari vostri cd, ho realizzato che questo 11 Gennaio sarebbe stato foriero di qualcosa di ancestrale: quel mio immaginarvi così vicini sulla stessa panchina è stata una percezione che il fato ha poi svelato con certosina accuratezza. Quel giorno vi ho dipinti mentalmente mentre  parlavate di “terre promesse” e “chimere” ed ora scopro che quel mio fantasioso quadro aveva più che mai senso: in questo giorno tu Faber sei “scivolato nel fiume” dell’immortalità come la tua “Marinella” ed ora come me “aspetterai domani per avere nostalgia” ….  nostalgia della “signora Libertà e della signorina Anarchia” .
Tu Clarence invece dovrai armarti di molto fiato, ancor più di quello che alitavi in quel fatato marchingegno dorato: avrai ben 70 candeline su cui soffiare! Esprimi un desiderio ed abbi fede: “il boss” e tutti noi tuoi “Blood Brothers” siamo “nati per correre” ed amiamo farlo insieme a te.
11 Gennaio 2012: buon viaggio ragazzi, ovunque voi due siate volevo proprio dirvi questo e ce l’ho fatta, anche se impiegando ore a causa della vista appannata e del fazzoletto che ha fatto "la staffetta" tra la mia mano ed miei bulbi oculari umidi…fortunatamente ero solo e non ho dovuto nascondere i lucciconi a nessuno, tranne che a voi!  Grazie per avermi inconsapevolmente donato una famiglia: i loro nomi sono fratello Sogno e sorella Libertà .

(Fabrizio De Andrè: Genova, 18/02/1940 - Milano, 11/01/1999. Cantuatore italiano. 
Clarence Clemoms: Norfolk, 11/01/1942 - Palm Beach 18/06/2011. Sassofonista di Bruce Springsteen & E Street Band).

 Questa è per voi:
<< FRATELLO SOGNO, SORELLA LIBERTA’ >>
 Salpato stamane:
il vento in poppa ha gonfiato vele e speranze.
Funi tese come il mio incedere deciso.
La fioca luce degli albori mi cerchia i piedi tremanti,
sono colto impreparato da litri di meraviglia.
Volgo verso Est:
non conosco la rotta e la bussola si e tuffata in mare assieme alle mappe…
…ma sono sereno,
voglioso di rendere il mio viandare
una meditazione in movimento.
Mi avete consigliato di non restar solo,
vulnerabile ai pericoli di correnti ignote;
ma come il gabbiano eretico
ho in verità la compagnia dei più fedeli ideali.
Ho la mia famiglia con me:
fratello sogno
e sorella libertà.
 - ALESSANDRO  DE VECCHI -