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venerdì 12 agosto 2011

" Il mormorio del carillon "

PREFAZIONE:
<< Cosa vuoi fare da grande? >>. Domanda ricorrente, che spesso da ragazzini formuliamo o ci sentiamo reiteratamente porgere da adulti e coetanei.
Oggi riflettevo proprio riguardo a questi interrogativi e sono giunto ad una mia personalissima conclusione: credo che il nostro percorso sia in qualche modo svincolato su duplici binari. Da una parte v’è la professione, il tangibile, ciò che facciamo per guadagnarci da vivere e dignitosamente galleggiare in un mare chiamato società. Dall’altro lato troviamo la nostra voce recondita, che ci suggerisce qualcosa di ben più complesso e profondo, ossia : << La tua esistenza non è assolutamente sintetizzabile in una fantomatica carta d’identità che svela quale professione svolgi, dove abiti, da quanti anni sei al mondo ecc…il nostro vissuto è molto, molto di più. Credo che ognuno di noi sia un essere unico ed irripetibile. Quel 2% di D.n.a che ci differenzia da ogni altro essere vivente è una risorsa infinita. In altri termini potrei avventare che in svariate situazioni sia proprio il nostro sub-conscio a scegliere per noi nella maniera più naturale e spontanea…il tutto mentre spesso i nostri pensieri aggrovigliati fanno a pugni tra di loro, pensando presuntuosamente di sapere sempre ciò che giusto e ciò che non lo è.  Pretendendo ogni volta il controllo totale di un corpo che si ribella e che, in modo inequivocabile, tramite i segnali, ci comunica cosa sente e cosa desidera realmente.
Così tornando alla fatidica domanda introduttiva: il mio corpo, le mie vene, il mio sommerso interiore, hanno scelto per me il mio vero ruolo in questo mondo. Hanno valutato qualche cosa che ovviamente non è riportato in alcun documento ufficiale. Mi hanno svegliato la coscienza e bisbigliato: << Fai lo Storyteller, il cantastorie…il tuo compito, dopo ovviamente aver provveduto con la tua professione a mantenerti, è quello di raccontare ciò che vedi la fuori ed ascolti da dentro. Raccontare, scrivere e comporre non è altro che sorreggere uno specchio: il lettore vedrà la sua immagine riflessa in un personaggio piuttosto che un altro, ti ringrazierà per averlo fatto riflettere…ma in verità tu saprai già che quelle riflessioni le ha compiute lui, tramite le sue risorse autonome. Tu gli hai unicamente offerto specchiera e lenti >>.
Premesso tutto ciò, oggi vorrei quindi raccontare. Qualche riga per chi avrà il piacere di specchiarsi, dunque. Un racconto? Sì, esattamente. Che sia frutto della fantasia o dell’esperienza reale poco importa, ciò che conta è che qualcuno leggendo si accorga di quanto ami ancora farsi sorprendere dalla vita…come pioggia che cade alla rovescia verso il cielo.
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Il frastuono della centrifuga mi desta. E’ a tratti fastidioso, così accosto la porta del bagno per attutire il fragore. Quella di questo pomeriggio è l’ultima lavatrice dopo il ritorno dal viaggio. Fortuna che nel mio bagaglio c’era davvero l’essenziale, ho ridotto il carico davvero al minimo pur di potermi portare appresso una delle mie inseparabili chitarre.
La estraggo dal fodero, una veloce accordatura. La corda del Sol è sempre parecchio scordata quando ripongo la chitarra e non la uso per qualche giorno.
Apro la scatolina dove custodisco i plettri. E’ una minuscola confezione di latta molto luccicante e dentro vi alloggiano una cinquantina di plettri colorati delle più svariate forme, dimensioni e spessore. La considero la mia collezione, ogni volta che entro in un negozio di musica non resisto alla tentazione di comperarne qualcuno. << L’unico modo per resistere ad una tentazione è cedervi >> diceva Oscar Wilde…evidentemente ho preso il consiglio alla lettera in questo caso.
Sono certo che la modalità più saggia di vivere che esista sia quella che ti fa arrivare alla fine dei giorni con un carico di rimorsi da doppio giro sulla bilancia, ma neppure un grammo di rimpianti.
La confezione metallica mi scivola dalle mani e cade sul pavimento. Tutti quei pezzettini triangolari di plastica si sparpagliano sul pavimento come biglie impazzite.
Li scruto a lungo uno alla volta, quasi volessi conoscerli meglio: ognuno di loro sembra ricordarmi un aneddoto, una situazione, che improvvisamente torna a galla e favoleggia di sé.
Taluni sono ricordi di giorni luminescenti e leggiadri, tal altri invece ben più cupi e torbidi. Li lascio filtrare tutti, senza pregiudizi di sorta. In fin dei conti il risultato di ciò che come persona  sono o non sono oggi è figlio d’ognuno d’essi, indistintamente.
Adoro una scena del film “ora e per sempre”, dove  Gioele Dix, parlando del sollievo del ricordo, afferma: << Perché il ricordo non è il rimpianto di quel che non c’è più, è la certezza gioiosa di ciò che c’è stato >>.
Così cammino a piedi scalzi sul pavimento, afferro il plettro che è finito sotto la sedia del tavolo e lo afferro con morbosa cura e dedizione.
Lo so bene, non è un plettro qualsiasi… è forse il primo che ho avuto tanti anni fa e gli sono esageratamente legato per ragioni affettive tutte mie. Ha la grafica della mitica chitarra di Eddie Van Halen e credo sia ormai “fuori produzione” da tempo.
Durante le vacanze ho avuto modo di suonare con Jim: un turista londinese nonchè abilissimo chitarrista blues. Mi ha insegnato miriadi di trucchi e tecniche musicali. Ogni volta che impugnava la chitarra io l’ascoltavo al limite fra l’incredulo e l’estasiato.
Ricordo una sera in agriturismo, dopo aver cenato assieme ad una ventina d’invitati, io lui e Chicco abbiam suonato davanti a tutta quella gente. Come abbia potuto vincere la mia proverbiale timidezza non ne ho la più pallida idea. So solo che i volti sorridenti e canterini mi hanno e ci hanno ripagato alla grande.
Repertorio misto ed improvvisato: uno spezzatino di canzoni italiane ed internazionali, per coinvolgere le famiglie italiane, quella inglese e quella belga lì presenti ed assetate di allegria… oltre che di buon vino locale.
Ebbene, nonostante i vapori della grappa artigianale, rimembro con lucidità le parole di Jim dopo aver rovistato nella mia collezione e scovato quel plettro: << Really nice! Collectible! I could not see one like it for years >> ( << Davvero bello! Da collezione! non ne vedevo uno simile da anni >> ).
Chicco si era avvicinato per osservarlo meglio e mi disse qualcosa tipo: << Ma è rotto a metà, non è più adatto a suonare, perché lo tieni insieme agli altri? >>
La mia risposta deve essergli sembrata così bizzarra da indurlo a sospettare che avessi sollevato un po’ troppo il gomito a tavola…ma posso garantire che ribadirei ogni singola parola con la medesima convinzione di quella sera.
<< Chicco, questo plettro non serve per suonare, lui suona da solo, come una carillon >>.
Ricordo lo sguardo incuriosito del mio amico mentre gli spiegavo ed aggiungevo: << Una persona per me importante possedeva una copia identica di questo oggetto. Glielo regalai io talmente tanti anni orsono da non ricordare più nemmeno quanti! Ogni volta che voglio percepire questa persona vicina, io avvicino al petto questo minuscolo pezzo di plastica colorata e ti assicuro che lo sento suonare, esattamente come un carillon. Quando la gente ha nostalgia del mare prende una conchiglia e l’avvicina all’orecchio udendo in essa la risacca delle onde. L’incantesimo è un po’ lo stesso, credimi, ma il timpano che ascolta, nel mio caso, è quello collocato al centro della mia gabbia toracica >>.
Flash back terminato, almeno per oggi. Tutti i plettri sono tornati “nella loro dimora”, all’interno della scatolina sfavillante. Tutti tranne uno: lo accarezzo, lo cullo ancora un poco. Mi pare di udire la melodia della splendida canzone “Ho messo via”, provenire dalla crepa centrale che vedo mentre l’osservo in controluce. Un raggio di sole l’attraversa, proiettando sulla parete della camera un inedito gioco di colori.
Lo infilo in tasca, ora sarà lui ad ascoltare ciò che gli suonerò e sono certo che l’armonia arriverà a chi di dovere.
Sol, Do, Mi minore, Do, Re :<< Ho messo via un bel po’ di cose ma non mi spiego mai perché, io non riesca a metter via te >>.

 - ALESSANDRO  DE  VECCHI  -

venerdì 29 luglio 2011

Prima di partire....nella valigia metto questo messaggio ....

...per voi tutti: lettori abituali, semplici curiosi o "bazzicatori" di questo piccolo nostro spazio.
Scrivo queste semplici righe mentre la valigia, alloggiata alla rinfusa sul pavimento, mi osserva col la zip ancora aperta. C'è uno spazio, un minimo pertugio: ho deciso che vi allogerò i miei saluti per ognuno di voi ed una mia poesia (tratta da "fuori dallo stormo", il  mio secondo libro pubblicato).
 Che sia una splendida estate ragazzi! A presto. Chiudo la valigia, parto. 
Sono convinto che al ritorno troverò una sterminata quantità di motivi in più per sorridere insieme a voi, pronti a raccontarci l'ennesimo sogno: quello più bello ancora del precente e, se possibile, meno del prossimo che verrà. 
Che le più belle storie del mondo siano con voi....

 “ SEMPLICE  COME  L’ IMPOSSIBILE “


Assorto,
appoggiato ai miei pensieri intrisi del tuo nome.
In equilibrio precario
sul vibrar della mia chitarra.
I calli delle mie dita,
indomiti,
proseguono la loro danza sulle corde.
Scriverti una canzone.
Farlo “di pancia”,
d’istinto;
poi con la sua melodia ballare nel buio.
Sono stato troppo cerebrale,
troppo razionale.
Al punto di scordare
che si volteggia meglio
senza tradire la semplicità.
Quella d’un aquilone fuggito dalle mani.
O quella d’una fetta di pane,
divenuta una scialuppa
per la morbida marmellata;
nel mare d’una tazza di latte.
So farmi trovare sempre nei miei blu jeans,
da chi come te m’aspetta ancora qui:
in un mondo tutto nostro,
che non ne vuol sapere di farsi etichettare.
Rido divertito mentre ti gonfi il petto
al motto di “io non piango mai”.
Sei in verità così vulnerabile
alla paura di soffrire.
Lasciati prender per mano.
Lasciati portare sotto le note di questo temporale.
Bagnamoci il viso.
Lasciamoci scorrere il tutto sulla pelle.
Infine chiniamoci sulla terra umida:
hai mai odorato
il profumo selvatico che ne scaturisce?
Ecco la magia di cui parlavo!
Non concluderò ancora questa canzone,
ne conserverò gli ultimi accordi solo per te.
Ora che sei pronta.
Ora che hai capito quanto l’amare sa esser semplice…
…Semplice come l’impossibile.

 - ALESSANDRO  DE  VECCHI -

venerdì 15 luglio 2011

L' EQUILIBRISTA IMMUNE AL CAMPO GRAVITAZIONALE

PREFAZIONE: Eccomi qua. Ho sciolto le riserve: ero combattuto sul postare o meno un "piccolo assaggio" di ciò a cui stò piacevolmente lavorando in questi mesi.
Dopo aver auto-prodotto due umili libricini che raccolgono mie poesie, un anno fa mi sono buttato a capofitto in una "sfida con me stesso": provare a scrivere una serie di racconti più o meno brevi.
Dalla poesia alla prosa dunque, continuando a raccontare ciò che da sempre risulta essere la mia stella polare: il quotidiano, "il qui, adesso". Descrivere e favoleggiare il presente, fatto di minuscole boccate d'eternità; troppe volte date per scontate e per questo ingiustamente ignorate. 

Siamo spesso così scioccamente immersi nel rivangare il passato o a fare grandi progetti per futuro, al punto tale di trascurare la sola cosa che deteniamo e su cui possiamo attivamente agire: il presente.

Finiamo troppo frequentemente col credere che solo quando avremo realizzato determinati propositi o raggiunto precisati traguardi saremo realmente felici; ma la verità è che spesso il piacere è già evaporato senza averlo assaporato, poiché giaceva nella bottiglia d’una bevanda chiamata “adesso”.

Non conosco ancora con certezza il titolo che darò a questo mio nuovo libro, nè quando lo completerò. Lavoro su di esso senza patemi o scadenze, armato solo di sorriso e serenità. Lo faccio mietendo idee e gettando inchiostro a giorni alterni e soprattutto solo quando ne sento la necessità dettata dalla bellezza dell'ispirazione.
Lascio qui solo un piccolo frammento, una testimonianza breve di queste mie gradevoli "notti in bianco".
Gli altri racconti profumeranno di carta un giorno o l'altro... e saranno a disposizione di chiunque avrà il desiderio o anche la semplice curiosità sfogliarli, spogliarli e restare in loro compagnia.
 Non mi rimane altro che seminare qui il primo germoglio di questo nuovo sogno, (un libro non è altro che la materializzazione di un sogno)...tutto il resto del "concerto privo di spartiti" si farà ascoltare da chi ne avrà il piacere. A presto quindi, o forse non sarà poi così tanto presto; ma questo non ha importanza: in fondo stiamo parlando solo di tempo.

Un abbraccio, buona lettura carissimi. Dimenticavo: GRAZIE DI ESSERCI, questo viaggio non sarebbe così avvenente senza di voi!

(ALESSANDRO  DE  VECCHI )
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<< L' EQUILIBRISTA  IMMUNE  AL  CAMPO  GRAVITAZIONALE >>


Nel giardino che confina con la mia palazzina una girandola colorata ruota vorticosamente, sollecitata dal vento. La bambina dei miei vicini se n’è accorta. Scende le scale come una furia, mentre si allaccia il giubbotto per non sentire il padre borbottarle appresso.

La guardo divertito mentre salta come un grillo e tende la manina a voler afferrare l’aggeggio in plastica che rotea costantemente.

La madre s’affaccia alla finestra, guarda la sua creatura con occhi amorevoli, poi abbraccia il marito e con un cenno entrambi mi salutano.

Walter il postino suona al mio citofono: c’è una raccomandata per me. Firmo soffermandomi su ogni lettera, quasi a voler ringraziare il mio nome, che da oltre trent’anni mi fa compagnia.

Il giovane impiegato mi consegna la busta, osserva incuriosito il nespolo accanto all’ingresso di casa mia, infine mi sottopone ad un’affettuosa pacca sulla spalla, accompagnata da queste parole: << Lorenzo, quando la tua pianta darà i frutti, mi concederai il piacere d’assaggiarne uno, vero? >>.

Divertito rispondo: << Ne baratterò volentieri una manciata con un sorso dei tuoi liquori fatti in casa. Sono così gentili da aiutarti a respingere qualsiasi tentativo, da parte della malinconia, di scavalcare lo steccato dell’ umore >>.

E’ sabato sera, esilio i miei pensieri cupi e via! Si riavvolge il nastro per poi premere sul tasto “play”. Farò in modo che proietti il mio viso da un’angolazione diversa, foriera di contagioso entusiasmo.

I Pub sono pieni in centro, non entra più neppure uno spillo: c’è la coda ad ogni ingresso.

Ci sposteremo più in periferia, magari dal buon Franco. Lui un posticino te lo rimedia sempre… poi, con quella voce consumata, finisce puntualmente con il lasciarsi andare al suo personale “albo delle gloriose memorie”.

Ti racconta di quando lavorava al porto e le ragazze facevano a gara per uscire con lui. I suoi occhi sembrano lampioni accessi in quelle occasioni.

Sapeva già che non avremmo neppure consultato le liste: ci ha portato dei panini così generosamente farciti da inondare di salse e condimenti l’intero tovagliolo che li avvolgeva.

Birra rossa nei boccali ed un Juke-box nel quale ogni volta mi perdo meravigliato, come fosse il pezzo più pregiato d’un museo. Elvis, Sinatra, Joe Cocker, Bob Dylan, Patty Smith e John Lennon: sono già knock-out solo leggendo le targhette che mostrano i nomi di questi “mostri sacri”.

Andrea, tra un sorso e l’altro, mi parla dei suoi progetti per il futuro: forse andrà a vivere in Svezia, è sempre stato il suo sogno. La crisi di lavoro qui ha accelerato la sua proverbiale tenacia nel bussare a tutte le porte.

Beh, pare proprio che tanto sudore sia stato premiato e non posso che esserne felice, anche se il pensiero di non vedere più così spesso quell’allegra canaglia un pizzico mi rattrista.

Nel frattempo Stefano e Roberto stanno come sempre bisticciando su tutto il possibile: temi etici, attualità, sport. Scommetto che sarebbero in grado di ingaggiare un “ testa a testa” anche sulle rispettive classifiche personali riguardanti le cucine tipiche regionali.

A loro confronto le sfide verbali nelle tribune elettorali televisive sono roba da dilettanti, credetemi! In fondo è proprio questo il bello di Sté e Roby: ci mettono una tale passione che quasi mi fa impallidire…ma soprattutto (ed è questo che adoro di loro), è la profonda amicizia reciproca che non viene mai meno.

Nonostante i dissimili punti di vista, nonostante siano l’uno il bianco e l’altro il nero, l’uno l’est e l’altro l’ovest, rimangono coesi ed uniti! Praticamente due fratelli.

Simona e Maya interrompono la caciara, richiamano la nostra attenzione: dicono d’aver sentito il suono di forti sgommate provenire da fuori, seguite dal fragore chiassoso delle sirene a tutto spiano. Ci si affaccia all’uscio ed è esattamente come pensavo, siamo alle solite: “Rullo” e “Ghigo” non riescono proprio a tenersi lontani dai guai con gli sbirri…questa volta il loro “bullismo un po’ naif” li ha spinti a qualche rombata di troppo sul pedale.

Fuliggine ovunque li ricopre, mentre gli agenti scendono dalle pantere, spengono il lampeggiante ed ha inizio lo scontato rituale.

Andrea ci propone una passeggiata in centro per digerire; all’unisono annuiamo.

Un saluto affettuoso al buon Franco ed in tempo record ci si culla come neonati nei propri giubbotti.

C’è aria frizzante, ma è quella temperatura di fine Settembre che in verità gradisco: sembra fatta apposta per tenermi bello sveglio, per strinarmi un po’ e regalarmi un passo più sportivo.

I ragazzini entrano ora nei locali più alla moda, i luoghi “pettinati”. Li abbiamo sempre chiamati così perché sono frequentati da gente che fa dell’apparire (e non certo dell’essere) la propria ragione di vita.

Chi frequenta quel tipo di posto pare ami uniformarsi ad una serie di dogmi e patetici “lavaggi del cervello” dettati della società e del consumismo “usa e getta”.

Per intenderci: lì, se non hai anche le calze ed i boxer firmati, finisci col suscitare lo sguardo disgustato dei raffinati “figli di papà”.

Passiamo oltre, di queste cose assurde ormai abbiamo imparato a sorrider sopra.

Stiamo chiacchierando allegri tenendoci tutti per mano. Improvvisamente un episodio mi estranea e mi fa riflettere in profondità, almeno quanto un  pozzo dalle monete sommerse.

Un anziano signore sta pedalando per le vie che portano in piazza. Non si tratta di una comune bicicletta, ma piuttosto di un bizzarro mezzo a tre ruote con una sorta di carretto sul retro. 

Ebbene, nel cestone di legno posteriore c’è una radio accesa, una di quelle d’epoca, con tutti quei pomelli tondi in legno che regolano il volume e la sintonia delle stazioni.

L’uomo è canuto ed anche la barba è quasi completamente bianca.

L'osservo quasi ipnotizzato, così curvo su se stesso spingere sui pedali, mentre la sua radio diffonde a volume rispettoso, ma percettibile, vecchie canzoni popolane.

Improvvisamente dall’altro ciglio della strada scoppia una serie di fragorose risate, seguite da un cocktail acido ed intollerante d’insulti, sfottò ed occhi taglienti puntati addosso, manco fosse criminale.

In pochi istanti il quadro mi è chiaro: per la gente assiepata ai lati delle strade, quell’uomo se l’è davvero cercata e meritata la bufera di sberleffi ed occhiatacce. E’ evidente che per la maggior parte di costoro la sua “colpa” sarebbe proprio quella d’essere “diverso”.

Per un attimo mi sento amareggiato, sento vibrare il forte istinto di raggiungerlo. Dirgli di alzare il tono della sua radio, di non dar retta a quelle risate irrispettose e agli epiteti che aumentano a dismisura.

Vorrei gridare alla marmaglia presente una frase che ho imparato tempo fa: << Quando presuntuosamente punti il dito per dare giudizi, guarda bene la tua mano: un dito indica un bersaglio, ma ben tre dita indicano te stesso. >>

In fondo la verità è che la gente ha sempre avuto paura di ciò che non conosce, di tutto ciò che è “differente”, che comporta uno sforzo di comprensione. Molto più facile giudicare, additare come pestilente, sciocca o sovversiva ogni persona che essendo se stessa non è conforme o uniformata.

L’attempato ed originale ciclista si volta verso la folla curiosa. Qualcuno forse si aspetta una reazione, un prevedibile scatto.

Sorprendentemente nulla di tutto ciò avviene, anzi la scena che è seguita credo sarà destinata a rimanere nella mia scatola cerebrale a lungo; come uno degli insegnamenti morali più alti e preziosi.

Come detto “Nonno DJ” (così è già stato ribattezzato dai tanti “benpensanti” presenti), si volta. Ferma il carretto, abbozza un sorriso tranquillo, pacifico; per nulla turbato né offeso.

Infine riprende la pedalata, dopo aver donato una serena carezza ad un ragazzino a pochi centimetri da lui. Il suo viso è un affresco evidente della sua serenità cosciente.

Qualche metro più avanti fischietta “Rosamunda”, coprendo il motivetto alla radio… ha stravinto, con classe, con la forza più grande che esista: la dignità e l’amore per il proprio essere e per il prossimo.

Una domanda mi sgorga spontaneamente: <<Avete mai fatto caso a come, spesso, le persone che sorridono di più siano anche quelle che hanno sofferto maggiormente? >>.

Questa vicenda, così apparentemente banale, mi riporta gioiosamente ad alcune massime che mi sono annotato nei miei quaderni, negli anni. Ho sempre avuto la passione degli aforismi che descrivono il pensiero libertario. Beh, ce ne sono un paio in questo frangente che tentano di uscire allo scoperto: << E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono ‘saggiamente ‘ limitati a ciò che appariva loro come possibile non hanno mai avanzato di un solo passo >> (Michail Bakunin).

Vi sono poi quei mirabili tratti “dell’imperativo categorico” e della “critica della ragion pratica” di Kant, che tanto mi han meravigliato: << Fai quello che devi fare, non perché vi sarà qualcuno che ti darà un premio o una punizione, ma poiché sai che lo devi fare. Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me >>.

E’ un sabato sera, come tanti. Esattamente quello che molti altri miei coetanei staranno trascorrendo, nel modo a loro più congeniale e gradito. Eppure io sento in me qualcosa che si muove, come scosse d’assestamento all’asse di rotazione delle mie credenze e della mia vita.

Forse è puramente una mia bizzarra fantasia, mi piace pensare che questa circostanza mi sia stata donata come incoraggiamento a proseguire su questa strada. Una carreggiata per certi versi tortuosa ed ardua…ma maestra d’apertura.

Ho appena afferrato il cellulare ed inviato un s.m.s. ai miei amici Francesco e Valeriana. Ho spedito loro una frase che mi è germogliata in mente, l’ho fatto perché per me sono due esempi di persone che emanano senso di svincolata volontà:

<< Come l’odore dell’ozono preannuncia la pioggia, così esiste un senso remoto che ti fa scorgere il profumo di uno spirito libero >>.

Di fronte alla fontana, mentre Andrea e Simona si baciano, Maya alle mie spalle mi stringe mordicchiandomi l’orecchio sinistro.

Divengo rosso come un semaforo durante queste sue manifestazioni d’affetto.

Guardo la nostra immagine riflessa nell’acqua. Penso a quanto è bello il suo animo; è letteralmente accecante il candore scintillante della sua aura.

Ecco, guardare la propria indole allo specchio e dal confronto col proprio riflesso, uscirne a testa alta: questo è ciò che indubbiamente conta per me.

Non riesco a sradicare gli occhi dalla fontana che riflette la luce del lampione, né a far uscire dalla mia mente l’elevatezza di quell’uomo, così in pace e fiero d’esser chi è, a qualunque costo.

Medito riguardo a come non fosse minimamente interessato agli scherni, agli indici puntati in segno di derisione.

Tutto ciò mi porta, non so bene per quale ragione, a riconsiderare gli ultimi due anni della mia esistenza.

Ho visto gente avvicinarmi e, giorno dopo giorno, proclamarsi chi “amico per la vita intera” chi “fratello di sangue” chi “simbioticamente legato alla mia persona”.

Ho sentito codeste assicurazioni più sontuose d’un solenne giuramento politico dissolversi come nevischio al primo pallido sole. Ho compreso quanto certe promesse siano come alcuni profumi confezionati: durano finchè l’alcool non evapora, lasciando solo il timido ricordo della fragranza.

Ho assistito a sfilate di volti cangianti come cartelloni pubblicitari: scrostati, sbiaditi in pochi mesi ed auto-sostituitisi con una passata di colla; buona per un nuovo manifesto sorridente.

Un movimento caotico, del tutto simile alle palline impazzite di un flipper.

Un andirivieni degno della più intrecciata soap-opera, dove certi personaggi del cast entrano, escono e poi rientrano; secondo le proprie esigenze ed a proprio piacimento.

Peccato non si siano resi conto che l’ingresso in questione non sia una porta girevole di Hollywood, bensì l’accesso nella mia vita e nei miei ventricoli pulsanti. Quelli di una persona umana fatta di pregi ed altrettanti difetti. Di carne, ossa, ma soprattutto sentimenti veri (nel bene e nel male); che nulla hanno a che fare con la finzione e con la plastica.

Già, proprio così: ho parlato di sentimenti. Quest’ argomento così scottante, così facile da dribblare meticolosamente e volutamente.

Che dire? Chi mi conosce almeno un poco sa quanto la retorica sia poco tollerata dal mio d.n.a.

Ma a costo di passare enfatico, sarei pronto a scrivere col sangue che, per quanto mi riguarda, intendo gli affetti come una casa. Nel modo più assoluto non una fortezza blindata con uno spioncino che dà sul giardino recintato, ma una dimora calda, luminosa ed accogliente… priva di serrature e con un’enorme finestra spalancata sul mondo. Quel creato fatto di strade e vicoli, da percorrere camminando o correndo a proprio modo e proprio passo.

A proposito di modi e passi: credo sia arrivato anche per me il momento di sintonizzare la radio della mia voce inconscia e recondita.

Ruotare l’antenna, scegliere la mia frequenza ed il volume…passeggiando a testa alta, come quell’anziano uomo che, degno di quel famoso adagio di Oscar Wilde, ci rimembra per bene una profonda verità: <<La vita è il tipo d’insegnante più difficile: prima di fa l’esame, poi ti spiega la lezione >>.

Le ore si stan facendo piccole. Il letto mi attenderà, così come la domenica mattina, la colazione con Maya e le risate coi miei cari: un caffé zuccherato di poche ma delicate certezze, che emergeranno nella tazza zeppa di punti interrogativi dei miei domani .

Sento d’essere un po’ come il fiato sospeso che precede il tuffo selvaggio da una cascata.

Come un equilibrista immune al campo gravitazionale…a piedi nudi, lungo la linea dell’orizzonte.



 ( ALESSANDRO  DE  VECCHI )

martedì 28 giugno 2011

Dieci passi ed oltre...


Metti un giorno a cena dai tuoi. Gironzoli con “passo ciondolante” in quella che fino a qualche anno fa era la tua cameretta. Osservi ogni soprammobile, scruti le pareti coi poster rimasti lì attaccati: esattamente come li avevi lasciati qualche anno prima, quando ancora in quel bunker dall’aspetto così rassicurante ed intriso di ricordi, ci abitavi.
La voce di tuo padre ti richiama in cucina: << A tavola! È pronto! >>.
Ti pare di fare un piccolo tuffo indietro nel passato, quel poco che basta per tornare a sorridere teneramente…poiché inconsciamente sai bene che il tempo non si può fermare e probabilmente è giusto e meglio che sia così. Cosa sarebbe il nostro esistere se la meraviglia di farsi sorprendere dalla vita non avesse un ruolo da protagonista? Cosa diverrebbe senza i suoi continui cambiamenti: a volte sfacciatamente gioiosi, altre volte invece dannatamente taglienti?
Niente macchine del tempo dunque: << Qui non è Hollywood >> direbbero i Negrita, e ne avrebbero ben donde.
Qualche settimana fa, a tal proposito, stavo lavorando al mio nuovo libro di racconti e mi sono ritrovato a scrivere il seguente “adagio” all’interno di un dialogo: << La quasi totalità di ciò che ci circonda è utile per chi sa cogliere ogni evento come un’opportunità di crescita. Di inutile v’è solo la stoltezza di chi usa la violenza anziché la forza della ragione. L’aridità di chi ha la ricchezza emotiva di un posacenere. La noncuranza di chi è nato con le ali, ma preferisce chinar la testa sotto la sabbia >>.
Poco fa l’ho riletta ed ho compreso una cosa: forse ho iniziato a fare i primi passi buoni come “apprendista del mestire di vivere”… e tali orme mi raccontano di come, in questo percorso privo di bussole e stelle polari, l’insegnante migliore sia proprio la pratica.
A proposito di passi ed andatura: quella sera a cena dai miei mi sono ritrovato a riflettere sul significato del vocabolo “avanzare”.
Il merito di queste bizzarre riflessioni lo devo a mia madre, spesso decisamente loquace.
Mentre io silenziosamente portavo la forchetta alla mia bocca, lei ha iniziato a raccontarmi un aneddoto che mi riguarda. Dice di averlo in qualche modo incanalato nei suoi pensieri dopo aver visto una fotografia che mi ritraeva in tenera età.
Ebbene, col suo solito piglio, in quel frangente ha iniziato a raccontarmi di come ho imparato ad andare in bici. << Tuo padre ti tolse una rotella alla volta per insegnarti gradualmente a condurre la bici con sicurezza >>. Così ha iniziato a conversare, mentre io, versandomi del vino, l’ascoltavo incuriosito.
<< Il giorno in cui ti ha levato anche la seconda rotella, avevi molta ansia…chiedevi al papà di seguirti e tenere la sella con le mani. Il babbo ti rassicurava dicendoti che era dietro di te e ti stava sostenendo. In realtà tu, senza saperlo, stavi già guidando la bici da solo! Ma eri tranquillo perché sentivi la voce di tuo padre provenire da dietro ed immaginavi la sue manone pronte a afferrarti in caso di 'mancato decollo' >>.
Questo piccolo ed apparentemente banale ricordo, mi ha illuminato la giornata. Suonerà bizzarro, forse anche un poco singolare, ma ora posso dire di aver davvero capito cosa significhi “avanzare”.
Quella minuscola bicicletta in verità era una metafora, un'allegoria del nostro quotidiano “farci strada”. Per poter stare in equilibrio occorre pedalare, sempre. Le rotelle mancanti e l’ansia le ho ritrovate in ogni altra occasione, in ogni “notte che precedeva un esame”... e la commissione giudicante si chiamava “futuro”.
Oggi sono qui: la segnaletica non esiste. Non troveremo mai un cartello che ci indichi qual è la via buona.  Spesso avremo a che fare con sentieri scoscesi e dolori ai tendini, a forza d'alzarsi sui pedali per affrontare le salite più ripide o i tornanti più erti.
La vetta non è mai visibile ad occhio nudo. A volte ho come l’impressione che inoltrandomi fiducioso, essa dispettosamente diventi inafferrabile, come un'utopia. Ma in fondo è bello che sia così.
Eduardo Galeano mi ha insegnato che l’utopia è come l’orizzonte: <<Cammini due passi e si allontana di due passi. Cammini dieci passi e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile ed allora a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare >>.
Dimenticavo: buon viaggio a tutti!

- ALESSANDRO  DE  VECCHI -

lunedì 20 giugno 2011

GRAZIE DI TUTTO "BIG MAN" ...


Quanto sarebbe bello scrivere per altre ragioni oggi. Magari, perché no, ritrovarmi a raccontare la mia opinione riguardante una nuova scoperta scientifica che batta 2 a 0 piaghe come tumori o ictus.
Ictus: che brutto vocabolo eh? Solo il pronunciarlo mette paura. Proprio questo criminale, sabato scorso, si è portato via un omone apparentemente invincibile: Clarence Clemons.
Un nome che non avrebbe bisogno di presentazioni, dato che la sua fama lo precede.
E così un altro pezzo delle E-Street Band di Bruce Springsteen ci lascia.
Dopo la scomparsa di Danny Federici (un fottutissimo melanoma ce l’ha strappato a soli 58 anni), ora è la volta di Clarence, detto "Big Man" (e non solo per la stazza fisica).
Non amo la retorica e non voglio inciamparci. Ogni parola in questi casi mi sembra superflua (forse non appena troverò un po’ più di lucidità riuscirò anche io a scrivere o dire qualche cosa di “sensato”). In questo momento voglio solo ricordare quel suo saluto a Torino (il 21 luglio 2009, il più bel concerto della mia vita).
Fosti il primo a salire sul palco, dolorante per le varie operazioni alle ginocchia e spina dorsale, ma niente da fare, ce l’avevi promesso: << Andrò avanti a suonare finchè avrò fiato nella mia bocca e forza nella mie mani >>.  
Quella sera ci hai spiati tutti, uno per uno, col sorriso sornione di chi ci pensava: << Vi vedo, siete qui per noi e siamo qui per voi, per fonderci come fratelli di sangue>>.
Ebbene sì: liquefarsi in un impasto di rock 'n’ roll, sudore, grida, pianti , braccia al cielo e i “fanculo” lanciati al pudore… con l’istinto irrefrenabile di liberarsi nella voglia d’essere pienamente se stessi; anche davanti a 40 mila anime.
Un rito da consumare con bramoso piacere, mai fine a sé stesso. Una celebrazione che è durata quattro decenni e suggellava un patto (fatto e mai tradito) tra qualcosa più di una band ed il suo popolo.
Inutile descriverlo: << parlare di musica è come parlare di amore o sesso, meglio una dimostrazione pratica >>, diceva Bruce.
Ma forse, in questo caso, non si tratta neppure di semplice musica, si allude a qualcosa di più profondo e viscerale: un legame ancestrale che il “tuo ed il nostro boss” ha ben descritto nella struggente “Blood Brothers”.
”Big Man”,  idealmente per me sei già andato a prenderti il tuo posto accanto a “Faber”. Vi ritroverò un giorno, seduti sulla stessa panchina. Tu col tuo sax a tracolla a regalare al tempo un assolo come quello di “Jungleland”. L’altro a cantare, con una sigaretta fra le dita e la chitarra in grembo; mentre racconta d’utopia e sana anarchica libertà.
In verità siete così diversi, ma il mio inconscio vi contempla in qualche modo simili, in qualche sfumatura, tra il latteo e l’ebano delle vostre carnagioni.
Che altro dire? Non reggo gli addii, mi mettono troppa angoscia, perciò preferisco dirti: << Ciao, vecchia roccia! >>.  Nel frattempo non fare troppo il bravo!.
A San Siro, tre anni fa, vi multarono poiché avevate “sforato” di 22 minuti l’orario imposto dalle autorità benpensanti. Secondo “lor signori” la “vostra colpa” fu quella di voler donare altra gioia a chi aveva "rotto il porcellino dei risparmi" pur di far festa insieme a voi. Dissero che il “rumore” era reato a quell’ora. Stoltezza di chi non conosce il potere fatato della MUSICA e lo confonde col FRACASSO VUOTO, proveniente dai palazzi del potere.
Io non so cosa vi sia dopo questa vita, ma se per caso il paradiso di cui spesso sento chiacchierare dovesse davvero esistere, beh allora credo che sarà un luogo dove il volume alto non sarà bandito e si potrà ballare sino all’alba.
Dimenticavo: grazie di tutto Fratello! Il “boss” te lo saluterò io alla prima occasione buona! È stato un privilegio ascoltarti ed è stato altrettanto meglio essersi lasciarti (temporaneamente), che non essersi mai incontrati.

-ALESSANDRO DE VECCHI - 

venerdì 27 maggio 2011

L’INSANO VIZIO DELLE ETICHETTE

Nello scorso post ho parlato di un'icona delle libertà: Fabrizio De André. Oggi mi riallaccio alla sua figura, per fare un po' di considerazioni sparse, che premono con urgenza all'interno della mia cassa toracica ed evidentemente non vedono l'ora d'uscire allo scoperto.
Una delle più celebri affermazioni di "Faber" nasce da un aforisma di Benedetto Croce e poi si avventura mostrando la sua personale idiosincrasia verso ogni forma di "etichetta", in questo caso quella scomoda di "poeta".
Personalmente mi sono sempre inconsciamente domandato chi si ritiene così onnisciente da sentirsi investito del ruolo di distribuire immaginari "patentini" di poeta o d’abilitazione poetica.
Chi si sente così pervaso da pienezza di sé e convinzione d'avere la "verità" in tasca, da voler deliberatamente e scientemente decidere cosa è degno di nota e riconoscimento ufficiale e cosa invece non lo è.
Un quesito che mi ronza spesso fra le onde cerebrali è: << Quale differenza intercorre fra un bravo artista di strada ed uno altrettanto capace, ma tutelato dalle fortunate ali protettrici d'una grande casa editrice o discografica? >>.
E' forse l'esistenza di un cartellino riportante un prezzo, appiccicato ad un cd (piuttosto che un libro), ad indicare il valore e la qualità di ciò che in esso è contenuto? Ed ancora: la mancanza di tale "codice a barre" e valore monetario, sono sintomatici del fatto che l'artista in questione non possa fregiarsi del "titolo ufficiale" d'autore meritevole?
Domanda retorica, si potrebbe giustamente pensare. Poiché ognuno di noi già conosce bene la risposta e sa che "il mercato"  ed il "consumo" sono  parte integrante del nostro vivere, creatività compresa.
A mio modesto parere, però, vale la pena di soffermarsi un attimo ancora su questi punti di domanda; volutamente provocatori.
E' pacifico che né io né alcun altro individuo pensante si sognerebbe mai d’esser contrario al compenso, (sia esso sotto forma monetaria, di popolarità o di semplice stima). Tutt’altro: ritengo sottointeso che anche nel manifestare artistico (così come in qualunque altra attività umana), esso sia non solo naturalmente e moralmente giusto, ma addirittura necessario (dato che siamo in una realtà dove non si può certo sopravvivere senza denaro).
Quello che ogni amante del "bello" e dell'espressività gradirebbe è semmai semplicemente tutelare la "bussola emotiva" di tali valori. Se è vero che viviamo in una società dove purtroppo, in molte occasioni, si da attenzione a qualcosa solo se stimolati da chiassosi valori numerici o dalle statistiche di vendita, allora si rischia di barattare frettolosamente anche il valore creativo. Pesandolo freddamente come fosse una merce qualunque su una bilancia che registra “record”.
Ebbene, in questo momento, vorrei tanto poter soffiare sulla fuliggine che avvolge il significato e lo scopo ultimo dell’espressione estetica.
Tornando a "Faber", questo groviglio di pensieri mi è nato dentro rileggendo questo passo, tratto da una sua intervista risalente a decadi fa: << Benedetto Croce diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest'età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Allora, io mi sono rifugiato prudentemente nella canzone che, in quanto forma d'arte mista, mi consente scappatoie non indifferenti, là dove manca l'esuberanza creativa >>.
Dunque uno dei più grandi poeti del ‘900, in maniera molto modesta, si guardava bene dal considerarsi tale. Questa meravigliosa lezione mi aiuta, ancora più, ad intuire la levatura morale di Fabrizio.
Nel mio PICCOLO (quest'ultimo termine è proprio il caso di scriverlo volutamente e molto umilmente a caratteri cubitali), io scrivo per me stesso innanzitutto. Lo faccio poiché mi fa sentire qualcosa di più d'un semplice ammasso di carne e pensieri vivi.
Scrivo da quando ne ho memoria.
Ricordo d’aver coagulato su fogli parti di me in diverse occasioni.
Quando sono stato gioiosamente pregno d’incontenibile voglia di vivere.
Quando sono stato sull’orlo del baratro intimo.
Quando ho fatto l’amore per la prima volta.
Quando ho lasciato.
Quando sono stato lasciato... e alcune volte  mi è stato comunicato al telefono.
Quando ho scoperto che amare è bello.
Quando le mie ossa hanno assaggiato gli spigoli vivi ed implacabili della vita, che insegnano a camminare retto.
Quando la mia pelle s'incrinava e non conteneva più in brividi ad un concerto o ad uno spettacolo.
Quando ho trovato un Jolly in mezzo al mazzo dell'esistenza.
Quando non ce l'ho fatta a domare le lacrime di felicità o di dolore.
Quando per la prima volta ho imbracciato una chitarra e l’ho maneggiata come fosse una meravigliosa neonata.
Scrivo chiudendo soventemente gli occhi.
Scrivo riaprendoli ed immaginando i vocaboli che ancora non ho fatto danzare sul foglio.
Insomma: creo macchie di parole e verbi perché della scrittura non ne posso proprio fare a meno… pur sapendo che invece essa possa fare tranquillamente a meno di me.
Tornando alle due categorie di cui Benedetto Croce dava spiegazioni: poeti e cretini.
Ovviamente non ho la benchè minima presunzione o arroganza di ritenermi parte della prima categoria.
Da inguaribile libertario mi piacerebbe non farmi mai inscatolare in alcuna definizione…e se un giorno dovessi scoprire d’esser scivolato nella seconda specie? Se fossi invece già allo stato attuale parte d’essa?
Beh, in tal caso, giuro che farò in modo di risultare almeno “cretino in modo poetico”.
-  ALESSANDRO DE VECCHI  -






“ IL ROGO  DELLE  ETICHETTE ”

Il falò dinanzi a noi arde.
Un fuoco divampa:
è il rogo delle etichette,
dei marchi e delle classificazioni
che i gerarchi della società
ci hanno incollato
senza chiederci alcun che.
Il fumo sale alto.
La fiamma ora è spenta
e la colla evaporata.
Ogni cartellino è divenuto unicamente cenere
sotto ai nostri piedi danzanti.
Cantiamo lieti adesso,
fieri d’essere ciò che vogliamo;
fuori da ogni omologata casella. 
Nell'aria solo inebriante profumo di libertà.

 ( ALESSANDRO DE VECCHI )

sabato 21 maggio 2011

"IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA" (riflessioni su una vita anticonformista...)

Pochi giorni fa stavo ripensando ad un'esperienza che ho vissuto circa un anno fa. Il 25 Aprile  dello scorso anno ho infatti assistito ad uno spettacolo teatrale, in omaggio al compianto De Andrè , organizzato dell'ottima compagnia teatrale "FavolaFolle". Inutile parlare delle emozioni che ho provato, quelle le custodisco nel mio muscolo cardiaco e credo che qualsiasi aggettivo sarebbe inadatto a contenere una simile esperienza; poichè finirebbe con lo sminuirne l'intensità.
Ecco cosa scrissi quel giorno dopo la manifestazione:
Evitando gli aggettivi, posso però parlare di ciò che questo pomeriggio mi ha lasciato in dote. Chi mi conosce almeno un poco, probabilmente conosce il mio amore per la scrittura e la musica: ebbene è bastata un'ora. Una semplice tacca d'orologio (densa di aneddoti, canzoni e reading poetici) riguardanti "Faber", per catapultarmi in una dimensione nuova. Rincasato, non ho fatto altro che compiere i soliti apparentemente abituali gesti quotidiani: mangiare un gelato, scrivere una della mie storie al pc, leggere qualche poesia ed ascoltare buona musica. Eppure dentro di me c'era una consapevolezza diversa: quella di cui pensa: "è altamente improbabile che io possa mai arrivare a campare scrivendo libri, ma in fondo chi se ne importa? Scrivere, osservare il mondo, narrarlo attraverso le mie lenti è ciò che amo fare.. ed è ciò che continuerò a fare con genuina passione e certosina cura"
Chiunque abbia un po' di dimestichezza con la storia dei cantautori italiani, saprà che "Faber" nacque in un ambiente ed in una famiglia "altolocata". Egli viene spesso descritto però come la "pecora nera" del nucleo, costantemente in contrasto col potere (da lui considerato una sorta di piaga dell'umanità). Fece disparati lavori saltuari e precari, proprio per non mettere "radici" così profonde da impedire alla sua geniale curiosità di spingerlo verso la prima nave al porto nella "sua" Genova. Osservare il "mondo reale": quello lontano dall'ipocrisia e dal finto perbenismo. La "proibita" Via del campo, per intenderci, (stradina deserta e anonima durante il giorno, teatro invece di minoranze etniche e personaggi ai margini dell'umanità, durante la notte). La sua arte, perennemente in bilico fra musica e poetica, lo ha reso come tutti sappiamo non solo uno dei più grandi cantautori del novecento, ma anche un poeta (nell'accezione più pura del termine).
Di idee politiche anarchiche, diede una voce ed un suono inconfondibili, al desiderio di libertà e pacifismo della sua irrequieta indole anticonformista.
Le sue canzoni sono vere e propri spaccati di vita che narrano di emarginati, prostitute, ribelli e personaggi considerati "scarti della società" ( dalla borghesia benpensante e di quei tempi). Fabrizio non giudica mai costoro, non li addita come la maggioranza dei moralisti. L'umanità per lui va semplicemente compresa, non giudicata. Non esistono solo il bene ed il male, il bianco ed il nero, bensì milioni di sfumature che occorre quanto meno cercare di capire e riconoscere.
In una sua famosa canzone giunge a scrivere "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".
Stanotte ho preso il mio block-notes ed ho iniziato ad annotarmi i primi pensieri di una storia che mi è nata in testa senza preavviso. Guardavo fuori dalla mia finestra giusto poco fa ...e seguitavo a scrivere "di pancia", "d'istinto" ciò che, con la mia penna vorrei raccontare questa volta.
Ho osservato la "colorita fauna umana", se pur in un brevissimo lasso di tempo. Ho scorto sguardi perplessi, volti tirati e preoccupati, tesi ad inseguire una felicità materiale tipica d'una folle, quanto inutile, corsa verso il nulla. Ho visto anche l'innocenza dipinta sulla bocca ancora sporca di pappine d'un bimbo in carrozzina. Pareva così apparentemente ignaro di questo mondo e questa realtà.. poi ho compreso quanto invece probabilmente fosse maggiormente cosciente di chi lo circondava. Esattamente così! cosciente riguardo al senso di questo "esserci" e riguardo quanto la vita stessa, sia fatta per essere "naturalmente semplice" (semmai è l'uomo stesso che stupidamente sa renderla "fottutamente complicata").
Ci sono vite fatte per essere vissute ogni giorno come se fosse l'ultimo. Queste sono le esistenze di chi non vive "nel domani", nè "nello ieri", ma unicamente "nell'oggi"... proprio in questo preciso instante.
Costoro hanno compreso quanto i bicchieri di cristallo, deposti della dispensa a prendere polvere, aspettando un' occasione valida per estrarli, siano un'assurdità…poichè ogni giorno è il motivo valido intrinseco per festeggiare ciò che siamo. Ora. adesso.
Probabilmente, questi individui, sono gli stessi che con la propria retina oculare riescono a cogliere tutte quelle sfumature che stanno tra il bianco il nero di cui si parlava poc’anzi. Sono quelle persone che intuiscono come a volte non si possa etichettare ogni cosa in un due banali categorie ("giusto" , "sbagliato","buono" ,"cattivo" e così via). Come vi siano situazioni che sfuggono a qualsiasi assurda definizione umana e non son nè male, nè bene, ma semplicemente VITA, da vivere e comprendere strada facendo. Esattamente come un'automobile coi fari puntati nell'oscurità: questa non ha bisogno di vedere la strada dinanzi a sè nel prossimi km.. per proseguire è sufficiente che i fari illuminino i 50 metri successivi di volta in volta.
Vite spesso al limite della stremo fisico, certo: non è facile andare ogni giorno controcorrente, poichè le braccia pesano ed il fiato si fa corto. Ma quando comprendi che l'alternativa al bivio è una vita di disperata quiete o di lenta ed inesorabile "morte tranquilla", ecco che i polmoni si allargano nuovamente.
Non vuoi finire così: Fabrizio in "bocca di rosa" parlava di quella ragazza "tacciata d'essere di facili costumi".. ebbene pare che successivamente si sposò con un uomo apparentemente "per bene", mettendo a tacere le malelingue del paese, ma finendo col rimpiangere persino la sua precedente condizione. In una lettera indirizzata a Fabrizio (il quale giaceva oramai sul letto di morte), pare lei gli abbia rivelato: << sono passata dalla padella alla brace, dall'essere schiava della strada, all'essere schiava di me stessa e di un'infelice quotidiana morte tranquilla >>.
<< Esistono vite fatte di disperata quiete >>, diceva Robin Williams nella strepitosa pellicola "L'attimo fuggente".. o ancora racconta Fabio Volo: << Non voglio ritrovarmi a vivere con l'illusione dell'autista del tram: sembra che l'autista guidi il tram, che sia padrone del mezzo, in realtà è uno che semplicemente frena e accelera, perché segue solo il binario…al massimo può decidere la velocità, ma nemmeno questo perché le fermate sono comunque prestabilite e devono rispettare un orario, Così succede anche a noi: scuola, università, lavoro, matrimonio, figli, capolinea. Ognuno decide solo quanto tempo metterci, e tutta la STRAORDINARIETA' della vita ridotta a due funzioni: accelerare o frenare"….con la triste illusione di guidare la nostra vita.>>
E allora guariamoci allo specchio, cerchiamo e scrutiamo l'immagine della nostra anima e dal quel confronto col proprio riflesso lavoriamo per uscirne a testa alta.. questo è ciò che conta: essere degni di sè stessi. Ricordiamoci di non valutare mai la qualità del tempo che ci verrà concesso quaggiù in base al numero di respiri che faremo, bensì agli istanti che quel fiato ce l'avranno tolto.
Ebbene, cominciamo ad inspirare ed espirare.. poi preparasi ad immagazzinare tant'aria: è necessaria per continuare a nuotare in direzione ostinata e contraria (e felice, aggiungo io)

- ALESSANDRO DE VECCHI -

mercoledì 18 maggio 2011

TRE, DUE , UNO...CONTATTO!

Eccoci!
Mi scuso per l'attacco diretto con il quale esordisco, ma sinceramente credo che sia proprio quest'approccio, informale e diretto, quello che rientra nelle "mie corde" e del mio D.n.a.
Questo piccolo spazio, che da oggi vede la luce, è il NOSTRO spazio. Utilizzo il termine "nostro" volutamente, pur non sapendo chi ci sia dall'altra parte del monitor nè tanto meno chi mi leggerà con affetto, critica, costantemente o sporadicamente. Beh, volevo solo dire sin d'ora che intendo ringraziare chiunque avrà la voglia o la semplice curiosità di farlo.
A porposito di ringraziamenti: credo sia un atto sincero e dovuto ringraziare Rudy , Alex, Loredana e Francesco, che con i loro consigli mi hanno aiutato a iniziare a "mettere le mani"  su questo blog (dato che io ero e rimango un neofita di questo mezzo...e che questa pagina è ancora una sorta di "cantiere in lenta e spontanea costruzione")

In questo frangente mi sento particolarmente felice: mi sovviene alla memoria una cascata di scene dal film "Radiofreccia", dove i protagonisti sono entusiasti nel poter lanciare i porpri pensieri attraverso una radio, in maniera LIBERA.
Negli anni '70, con il sorgere delle cosidette "radio libere", si sognava infatti di poter "far entrare" nelle case di chiunque avesse la curiostà di ascolare, il proprio pensiero... pur umile e modesto che fosse, ma era la propria voce e sentirla libersi nell'etere, foriera d'un significato, fu una conquista.
Oggi la tecnologia ha fatto passi mastodontici: esitono Blog, Social Networks ed ogni tipologia di possibilità comunicativa, perciò una piccola pagina in fondo non è nulla di nuovo ed inedito, ma lo è per me. Con essa getterò una serie di "messaggi nella bottiglia" speranzoso di riceverne da Voi alttrettanti. Per confrontarci, per conoscersi, dialogare, discutere, commentare tutto ciò che LA VITA in ogni istante ci da in pasto.

Tre, due , uno.. si comincia: buona Libertà a tutti :-)
- ALESSANDRO DE VECCHI -