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domenica 20 novembre 2011

Sms solidale al 45500 a favore della Protezione Civile per emergenza Liguria


I fondi raccolti con l'sms  solidale al 45500 saranno impiegati per far fronte all'emergenza in Liguria che come tutti stanno vedendo dai tg nazionali ha raggiunto livelli impensabili in una zona come quella delle Cinque Terre, da tempo dichiarata Patrimonio Mondiale dell'Umanita.
Questa  raccolta fondi terminerà il 27 novembre 2011.
Ogni SMS Solidale inviato al 45500 ha il costo di 2 euro.
( tratto da oknotizie.virgilio.it )

giovedì 17 novembre 2011

Le finestre appannate....

Rieccoci...
Novembre sta per concludersi e con esso vanno in scena gli ultimi atti di un intenso anno.
Non mi soffermerò a parlare di cosa è stato o non è stato questo 2011, nè allungherò  il collo per sbirciare le ipotetiche sfere di cristallo nel tentativo patetico di scorgere cosa ne sarà del prossimo: una delle poche cose che ho imparato in queste 34 primavere di vita è guardare solo all'oggi, vivere nel "QUI E ADESSO".
Una macedonia di emozioni, sapori ed immagini di questi istanti ve la voglio consegnare a modo mio, il succo è tutto qui: in una spremuta di percezioni che ho intitolato "le finestre appannate".
Buona lettura a chiunque ne ha piacere... 
Voglio infine donarvi i miei più sinceri rigraziamenti per i vostri interventi nel nuovo spazio "LA BACHECA COMUNE " (consultabile cliccando apounto sulla voce "bacheca comune", nella colonna a destra del blog.. sotto il titolo "menù")....è davvero straordinario il dialogo che in pochi giorni è spontaneamente nato e cresciuto  in questo spazio! Vi attendo quindi quotidianamente con gioia!!
<< LE  FINESTRE  APPANNATE>>


Mastico l’ultimo chewingum del pacchetto mentre mi accingo a spegnere il computer.
In lontananza mi giunge il rumore della ventola che frulla come il motore di un motoscafo… in effetti il mio p.c. è rimasto acceso tutto il giorno oggi, anche mentre ero fuori casa.
Accanto ad esso c’è il mio cellulare, una tazza di caffé bollente ed un block-notes colmo di appunti disordinati e azzoppati da centinaia di scarabocchi e cancellature.
Il mio manoscritto sembra vestito a festa ed irriconoscibilmente ordinato quando l’osservo li campeggiato sullo schermo. Clicco sul pulsante in basso alla schermata blu di windows, per mettere a riposo l’aggeggio elettronico.
Il riflesso della luce che il monitor ancora emana, attraversa la stanza nella sua interezza, sino a rimbalzare sul vetro della finestra in fondo alla sala.
Mentre il p.c. lentamente si spegne come un riflettore a fine spettacolo, vedo il drappello luminoso specchiarsi nel vetro. Incollo le mie mani aperte alla superficie e la scopro piacevolmente appannata.
Uno strato umido annebbia completamente la visuale, regalandomi una prospettiva simile a quelle che si riscontrano quando ad alta quota capita di camminare in un sentiero che attraversa una nuvola.
Provo ad aprire la persiana per osservare meglio la scenografia che la sera ha allestito ed i suoni che provengono dalla strada. Distinguo chiaramente le luci gialle dei lampioni antinebbia, i bagliori delle tv nella via, il rumorio del pentolame e delle stoviglie della famiglie adiacenti, l’abbaiare quasi musicale dei cani a passeggio con gli umani… ed infine le minuscole stille rugiadose che incorniciano le automobili.
Che prodigio lasciarsi sopraffare dalla quotidiana essenzialità. Siamo sempre così disattenti, così imprudentemente ciechi moralmente, da non accorgerci dell’apogeo naturale delle cose.
Rimango ancora per un istante in questa sorta di dipinto vivo: adoro percepire il fresco alito novembrino che mi si appiccica alle ciglia.
Richiudo la finestra e torno a scrutare l’esterno attraverso nuove lenti: è tutto così incredibilmente sfumato, tanto da apparirmi come una sorta d’allucinazione del creato ottenuta attraverso un caleidoscopio.
Il mio respiro riempie di macchie il centro della facciata ed io mi lascio andare ad un sorriso che si compiace, ingannandosi e convincendosi d’ammirare un’opera di Monet.
L’indice della mano destra si prende la libertà di scrivere sul vetro frasi spontanee, mentre con le dita della mano sinistra sottolineo ogni vocabolo.
<< Calore, contatto umano, felicità, sognare senza sosta, amare, domandare, cercare, rispondere, trovare, tenere botta, ubriacarsi di vita… >>
Come in un brainstorming alloggio a casaccio questi pensieri, concludendo il caotico tema con un simbolo che a mio parere è il padre di ogni successo: il punto interrogativo.
Se è vero che le risposte migliori giungono in seguito alle più dotate domande, il vero patrimonio umano sta nel chi formula gli interrogativi, in seguito ai quali occorre innescare un percorso di ricerca e scoperta per giungere ai responsi.
Che altro dire? Forse sono un uomo convinto…estremamente convinto dei propri dubbi, o probabilmente noi esseri umani siamo portatori sani di dilemmi.
Il potere ipnotico della musica mi richiama in cucina: la radio accesa in sottofondo sta trasmettendo “November rain” dei Guns ‘n’ Roses ed io mi ritrovo con le mani spoglie a mimare l’assolo di chitarra con il quale Slash ha impreziosito questa canzone, rendendola immune al tempo e all’oblio. 
Socchiudo gli occhi e penso: << Ci sono storie che non possono stare dentro ai 5 minuti di una canzone. Necessitano di spazi infiniti per raccontarsi, per questo si espandono tra cielo e terra sdraiandosi lungo il profilo dell’orizzonte >>.
Fabio mi chiama al cellulare: non trova parcheggio sotto casa mia, mi aspetterà in piazzetta.
Berremo una birra assieme e ci lasceremo trasportare da torrenti di parole intervallati da altrettanti silenzi importanti.
M’infilo la felpa viola col cappuccio, afferro giubbotto, chiavi ed i miei gingilli vari. E’ il turno del portafoglio: mentre lo inserisco in tasca vi trovo il biglietto del parcheggio sotterraneo del centro commerciale dove l’ultima volta io ed il mio amico ci siamo dati appuntamento.
Lo stendo sul palmo della mia mano e, come una bottiglia incapace di trattenere al proprio interno le bollicine, scoppio in una fragorosa manifestazione di gioia ed allegria.
Sul tagliando c’è stampato un disegno che raffigura due coccinelle in inequivocabile rituale d’amore ed accoppiamento… non sto sghignazzando solo per la comica rappresentazione grafica, lo sto facendo perché mi sento improvvisamente un tutt’uno con l’infinito. Perché apprendo solo ora d’aver fatto pace con me stesso ed aver sotterrato i guantoni coi quali facevo a pugni un giorno con l’intelletto ed il successivo con il sentimento.
La coccinella è da anni una specie di marchio a fuoco per me: è un simbolo che mi appartiene, che mi rimembra esperienze indelebili come le persone che han fatto parte d’esse.
Ogni mia singola molecola è felice di “dare del tu” a questa creatura così speciale nel mio immaginario.
La conoscono bene i miei globuli rossi e quelli bianchi. I litri di sangue che mi percorrono in lungo ed in largo ogni santo giorno. Le cornee dei miei occhi. L’ossigeno dei miei alveoli polmonari. Gli atri ed i ventricoli del mio cuore.
Le vuole tanto bene anche il mio smalto dentale, che ogni volta che vede quel simpatico insettino, trova l’occasione di mettersi in mostra come un divo scintillante.
La verità è che nel complesso fondale oceanico che è la vita, ognuno di noi ha bisogno di un punto di riferimento, di un ormeggio conosciuto al quale aggrapparsi per poi riprendere la coraggiosa nuotata subacquea.
Ebbene io ho appena pescato quell’arpione nella tasca dei miei jeans: l’ho benedetto con tutto me stesso, l’ho interpretato come un segno del fato ed al fato stesso ho sussurrato il mio amore e la mia gratitudine per avermi omaggiato di un altro sospiro di stupore.
Ora faccio il pieno d’ossigeno, ne necessiterò abbondanti quantità dato che desidero accarezzare il grazioso corallo marino che il mio vivere fiduciosamente attende.

- ALESSANDRO  DE  VECCHI -








lunedì 7 novembre 2011

COMUNICHIAMO PERCHE' VIVIAMO....

Buon giorno mondo! Ci sono due novità da oggi, vorrei tento potessero diventare un nuovo appuntamento per tutti voi…ho ideato una "BACHECA COMUNE", uno spazio che spero divenga pian piano “terreno fertile" di comunicazione con tutti voi e fra di voi:
Per poterla visitare e lasciare tutto ciò che desiderate, non servirà ogni volta cliccare sul link sopra indicato, ma basterà molto più semplicemente cercarla agevolmente nella colonna a destra del blog: sotto la voce in grassetto MENU'  si trovano le varie sezioni ( "home page",  "benvenuti",  "i miei libri","articoli e curiosità", "foto e frammenti sparsi di vita",ecc...) la seconda sezione è proprio "LA BACHECA COMUNE", cliccate in quel punto e si aprirà la pagina dove poter scrivere tutto ciò che avete voglia di condividere :) 
Oggi ho già lanciato "nelle acque dello stagno" il primo sasso....nella bacheca ho infatti alloggiato uno splendido racconto di saggezza popolare (di provenienza ignota).
Inoltre , come potete  vedere più in basso (sempre a destra ) c’è un nuovo spazio (un rettangolino) chiamato "CHIACCHIERE LIBERE" …è una sorta di “libro firme” sempre visibile, dove ognuno può salutare, scrivere, lasciare il proprio messaggio.
Ho voluto fortemente questi due nuovi elementi per rendere questo luogo sempre più nostro e vostro. L'ho immaginato proprio perchè sogno un luogo di ritrovo dinamico, un "laboratorio delle idee" dove la comunicazione non si limiti ai miei post (altrimenti finirebbe col diventare un qualcosa di auto-referenziale, cosa che vorrei assolutamente evitare).
Il mio obbiettivo è quello di arrivare un giorno ad accorgermi insieme a tutti voi  che questo sito sia nel frattempo divenuto una specie di piazza d’incontro. Dove chiunque, quando ne ha piacere, ascolta, racconta o anche semplicemente osserva… certo di poter scambiare reciprocamente parole, energia , vita…senza aver bisogno di megafoni, perché quando parli ad un amico egli è in grado di percepire anche il bisbiglio della tua mente.
Spero passerete da queste parti frequentemente, così come mi auguro di trovare il pavimento di questa “NOSTRA capanna” zeppo delle vostre tracce, preziose per ognuno di noi ! Vi attendo con gioia !.... il nostro blog vive anche e soprattutto grazie a vostri interventi :-)

- ALESSANDRO  DE  VECCHI -

 Lascio con piacere una mia piccola poesia...
<< TUTTO D’UN FIATO >>
Un bicchiere di vino rosso
che m’inebria in sensi ed il palato.
Questo tempo
che non ne vuol sapere di lasciarsi stare.
Il primo tuffo al mare,
con le onde che ti cullano amorevolmente,
dopo un anno di reciproca e sofferta lontananza.
Il profumo prepotente della Magnolia
che ridonda nella via sotto casa,
mentre estasiato parcheggio l’auto.
Il suono ipnotico della pioggia
che scorre per le strade,
sino ad eclissarsi nei tombini.
Il sapore variegato della goccia
che dalle tempie fradice ha raggiunto le mie labbra,
socchiuse ed impegnate in un sorriso nascosto.
La radio
che si commuove anch’essa mentre trasmette una canzone di Faber.
Le grida ruspanti dei ragazzini sudati al campetto.
Il respiro del mio gatto
che dorme sereno,
accucciato sui miei vestiti caldi appena stirati.
Due amanti
che ansimano passionalmente mentre fanno l’amore.
La sveglia
rigorosamente spenta la domenica mattina.
No, non ho terminato la lista della spesa del mio vivere:
datemi un altro foglietto immacolato, per cortesia.
Ebbene sì: sono un ingordo.
Bulimico di quest’esistenza così adultera,
a volte persino un po’ puttana….
…la lasci un istante in stazione
e la ritrovi fra le braccia di chiunque.
Non riesco proprio a negarmi,
è così vero: non ne ho mai abbastanza di lei.
Forza, fammi bene e male finchè ti pare.
Un altro giro in giostra,
prometto d’allacciare le cinture.
La morte può aspettare.
Spero abbia voglia di restare in sala d’attesa
ancora a lungo,
priva di qualsiasi fretta…
…mutilata d’orologio al polso.

( ALESSANDRO DE VECCHI )

martedì 1 novembre 2011

Una magnifica sorpresa !

La notte di Halloween è appena trascorsa, sebbene io non sia "cultore" di questa ricorrenza faccio mio, per un istante, il simpatico motivetto <<dolcetto o scherzetto?>>. 
E' stato un "dolce scherzetto" , un' inaspettata quanto gradevole sorpresa quella che ho "scovato" sul famoso e frequentato sito http://giopop.blogspot.com/ .
Giovanna Garbunio è colei che ha ideato il blog sopra citato, le cui peculiarità lo rendono davvero speciale ed unico nel suo genere. Un vero punto di riferimento per tutti coloro che vogliano affacciarsi ad un percorso di consapevolezza del sè e di crescita spirituale. Il trio "Josaya"  (del quale "Giò" fa parte) è autore di diversi e-book, ha allestito numerose pagine informative, nonchè scritto l'ottimo "La pace comincia da te", un libro sensazionale, che esplorando la natura umana ci dona uno strumento preziosissimo: Ho'oponopono. Quest'ultimo "protagonista" appena menzionato potrà apparire forse un vocabolo un po' bizzarro, ma "scavando" nella conoscenza si può facilmente entare a contatto con una filosofia di vita ed una pratica hawaiana antica di millenni ( Ho'oponopono in hawaiano significa letteralmente "mettere le cose al posto giusto"). Non mi soffermerò ulteriormente a descrivere tutto ciò, in primo luogo poichè vi sono persone che lo hanno già ampiamente fatto in modo esaustivo e seducente; in seconda analisi poichè non è questo lo scopo di questo mio intervento (perciò chiunque voglia soddisfare le proprie curiosità, può comodamente appagarle digitando "Ho'oponopono" all'interno di un qualsiasi motore di ricerca).
Tornando alla "sorpresa" di cui in origine riferivo, la racconto con sano entusiasmo: una sera della scorsa settimana stavo mettendo a punto alcuni particolari del mio blog, quando non senza una dose maxi di stupore, mi accorgo che una mia poesia tratta dal mio secondo libro ( "Cocktail di gioia infinita"- tratta da "Fuori dallo stormo") è stata inserita nel sito di cui ho abbondantemente proferito.
Descrivere quanta festosità mi abbia attraversato in quei frangenti è decisamente impossibile, poichè ogni tentativo di contenere tutta quella gioia  all'interno di un aggettivo, risulterebbe una prova vana. 
Adoro usare una metafora che mi dipinge come un fanciullo alle prese coi doni di Natale: l'espressione pregna di riconoscenza, gli occhi lucidi come pepite e carta colorata e fiocchetti che ti attorniano ovunque.
Che altro dire? Si dice che quando qualcosa di buono ci accade la riconoscenza sia la "calamita" più potente per attrarre ulteriore armonia...nel mostravi dunque il link che tanto mi ha " farcito" di felicità mi lascio andare ad una delle quattro esclamazioni  più prodigiose esistenti : G-R-A-Z-I-E  !

Ecco qui sotto il link su cui cliccare! un abbraccio a tutti...peace, love and justice for all :-)
- ALESSANDRO  DE VECCHI -
http://giopop.blogspot.com/2010/09/cocktail-di-gioia-infinita.html?showComment=1319478111383#c6980043120176002854


domenica 23 ottobre 2011

Le labbra curve verso il cielo

Ore 7,00: una tazza d’orzo caldo lancia segnali di fumo, un nuovo giorno è cominciato.
La fioca luce autunnale gioca a nascondino con le intercapedini delle veneziane.
Un orifizio si offre al raggio di sole pallido: ne filtra un riverbero timido, ma in grado di tormentare le mie pupille, ancora particolarmente sensibili dopo una notte spesa più a leggere che a dormire.
Accendo la tv mentre metto sotto i denti un paio di biscotti al mais, uno zapping sbrigativo è in grado di travolgermi con imponenti razioni di tossine.
Sono già tutti in prima fila i despoti di questo paese ferito, tutti risoluti a sparare sentenze, sciorinando ricette e promesse miracolose.
Dietro front: voglio godermi la colazione in modo rilassato, metto su un cd di buona musica…la tv l’ho ammutolita perché ero già stanco d’osservare ipocrite dentature sorridenti a “vista di telecamera”. Ci si secca in fretta degli assassini della libertà. Si preferisce a non adito a lor signori “sciacalli incravattati”, che banchettano coi cadaveri delle nostre amate ma sfortunate utopie.
Lo stereo mi fa riaccomodare nei meandri della pace. Ho ancora un quarto d’ora buono prima di recarmi a lavoro, perciò mi godo ogni singola nota della superba “ At my most beautiful” dei R.e.m.
Micheal Stipe sussurra: << I've found a way, a way to make you smile >>. (Ho trovato un modo, un modo per farti sorridere).
Sbircio furtivamente il mio volto riflesso nel portello di vetro del fornetto a micro-onde e scovo in effetti un sorriso, inaspettato, cristallino, semplice come un dipinto naif.
Una miscela di sapori discordi s’infiltra nelle mie arterie. Il retrogusto asprognolo si amalgama al dolce dei ricordi. Una voce perseverante mi ricorda che questa straordinaria band si è sciolta poche settimane fa, consegnandosi alla storia della musica, intesa più come arte che come show-business.
Mi sovviene ancora la mia incredulità, mentre leggevo lo scarno ma poetico comunicato per noi ammiratori: << Un saggio una volta disse che la cosa più importante quando si va a una festa è sapere quando è il momento di andare via. Abbiamo costruito qualcosa di straordinario insieme ed ora è tempo di abbandonarla. Abbandoniamo le scene con un grande senso di gratitudine, di realizzazione e di stupore per tutto quello che abbiamo realizzato. A tutti quelli che si sono emozionati con la nostra musica, i nostri più profondi ringraziamenti per averla ascoltata >>.
Così se n’è andato un altro pezzetto di quell’indescrivibile mosaico di vita che hai reso i miei anni ’90 qualcosa d’irripetibile, nella mia genuina sprovvedutezza.
Niente paura e bando alla retorica del “c’era una volta”. La lezione l’ho imparata da tempo: meglio non cedere alla “sindrome del torcicollo” che soventemente ci offusca la visione, occultandola nel tunnel dell’amarcord. Il mondo non si ferma per niente e nessuno, tutto si evolve e nulla è più certo del cambiamento.
Zaino in spalla, due mandate di chiave alla porta di casa, passo spedito ed immancabili auricolari ai timpani: il lieto risveglio musicale prosegue anche durante la mia marcia. “Back in your arms” di Bruce Springsteen e “Verranno a chiederti del nostro amore” di De André mi deliziano il tragitto.
Come in un copione perfetto giungo a destinazione proprio mentre quest’ultima canzone finisce, con lo struggente interrogativo di “Faber” che canta : << …O resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro, senza chiederti come mai? Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? >>
Una corrente d'aria sembra volermi penetrare le ossa senza domandarmi neppure il permesso. M’infilo i guanti a “mezze dita” ai quali tanto sono affezionato.
Le prime foglie rosse cadute dagli alberi occupano l’asfalto, giostrando vorticosamente, muovendosi come un plotone calamitato ai bordi del marciapiede.
Sotto casa mia ho intravisto, come ogni giorno, quella Citroen verde coi copri cerchioni particolari. Da due anni a questa parte è parte del mio quadro visivo quotidiano. Ho trascorso un intero inverno a riflettere su come quest’auto fosse assurdamente simile in ogni minimo particolare alla macchina di Claudia. Spesso mi perdervo in queste coincidenze, proprio dopo aver lungamente chiacchierato al telefono con lei, disquisendo amabilmente di tutto: dal particolare più divertente e ridanciano al discorso più profondo.
Ora credo che le coincidenze in verità non esistano, sono consapevole che vi siano invece “segni” e conseguentemente la nostra abilità nel coglierli o meno.
Sarà una lunga giornata lavorativa, ma fortunatamente in questi giorni sono così vicino a casa da pater poi fare una sana passeggiata distensiva.
Ore 17,00: lo zaino torna ad essere incollato alla mia schiena come un simpatico Koala.
Devo passare in posta a svolgere alcune commissioni << Magnifico! >> penso reiteratamente tra me e me: << Quale occasione migliore per passare al Jolly Bar e bere un caffé con una deliziosa spolverata di cannella? >>.
All’ingresso m’imbatto in un tenero incontro: c’è un delizioso cagnolino privo di una zampa. L’accarezzo istintivamente, mentre lui festoso mi porge il muso facendo leva sulle sue robuste tre zampine. Il premuroso padrone mi descrive sapientemente quanto questa creatura sia, a suo modo, un esempio singolare di tenacia ed attaccamento alla vita. Infine mi saluta mettendomi a conoscenza del nome  di quella dolce creatura: << Il suo nome è Seth>> .
Sorrido ancora, le labbra si inarcano come questa mattina, quando ho preso alla lettera il consiglio che i R.e.m. mi hanno lasciato in eredità.
In lontananza osservo Seth camminare alla sua andatura: è  fiero, coraggioso, inarrestabile. Pronuncio sottovoce qualcosa che è lì, in bilico sulla mia lingua: << l'eccezione è il volto a cui do il mio interesse nella regola >>.
Mi sposto nel vialetto che giunge alla sede della posta. Una sconosciuta mi strizza l’occhio: il mondo oggi mi appare inspiegabilmente meno arduo del solito, a tratti persino semplice e vanigliato.
Fuori dall’ufficio delle poste mi faccio abbracciare da un vigoroso respiro di vento.
Apro le braccia per sentirlo circumnavigare il mio corpo e mi cullo nelle domande, sempre più convinto del fatto che le persone davvero sagaci non siano quelle che hanno tutte le risposte in tasca, quanto piuttosto quelle che sappiano porsi le domande giuste al momento opportuno.
Proseguo verso casa, spinto da una cieca fiducia, che a piene mani depongo nell’universo.
Al semaforo rivedo Seth, il quale abbaia per porgermi il suo saluto.
Mi volto: la Citroen verde coi copri cerchioni bizzarri è proprio dinanzi a me, la proprietaria del veicolo poggia la sua borsa sul sedile accanto poi raccoglie i fluenti capelli con un mollettone.
Somiglia in maniera clamorosa a Claudia, solo un po’ più matura d’età, ma la similarità è davvero sorprendente, al punto che arrivo a sorridere e pensare: << Perbacco, potrebbe essere lei tra una dozzina d’anni! >>.
La donna avvia il motore e prima di chiudere la portiera sinistra accende l’autoradio pasticciando un poco sui vari tasti come fossero graziosi soprammobili di una generosa bancarella. Lo specchietto retrovisore interno diviene per un istante il suo camerino personale: una ripassata al trucco con una matita per labbra color mattone ed un esperto ritocco alla graziosa riga nera sopra gli occhi…ed ecco che la canzone parte precedendo il mio stupore con fatalità disarmante.
Il ritmare dolce delle prime note al pianoforte precede un timbro vocale che riconosco al primo mormorio.
E’ un batuffolo di cotone soffice, una voce che mi lambisce come una carezza lungo l’intera epidermide, oramai totalmente in balia dell’emotività: << I've found a way, a way to make you smile >>.
I miei trentasei denti fanno nuovamente bella mostra di sé, incorniciati da labbra i cui vertici sembrano raggiungere prima le orecchie e poi il cielo.
C’è poco da fare: amo la vita e adoro le vite vissute fuori dai pentagrammi.

 - ALESSANDRO DE  VECCHI -


venerdì 14 ottobre 2011

Cosa bolle in pentola ? :))

Da oggi questo piccolo spazio ha due novità, le si può notare facilmente dando un'occhiata allo spazio sulla destra del blog. Due rubriche, una chiamata "il video del giorno" e l'altra "un aforisma al giorno". 
Lo spazio dedicato agli "aforismi storici e famosi" si aggiorna in automatico alla mezzanotte (per cui ogni giorno avremo una "perla nuova", di qualche grande filosofo o scrittore da leggere. Il video invece lo "carico" io (a mio piacimento o perchè no su consiglio di chiunque voglia)...e farò in modo di farlo in più spesso possibile compatibilmente coi miei impegni. 
Questi due semplici esperimenti li ho fortemente voluti proprio per rendere il blog sempre più attivo (e spero anche interattivo): in fondo è bello sapere che da qualche parte v'è qualcuno che viene a far visita in una "casa" che io definisco comune e nostra, per vedere quali novità e spunti di riflessione comuni possano esserci  :-))

Un abbraccio a tutti!
Vi lascio con un pensiero che mi è sgorgato spontaneamente poco fa : 
<< L'eccezione è il volto a cui do il mio interesse nella regola >>. ( ALESSANDRO DE VECCHI )

Buena vida!  :-)
 

lunedì 10 ottobre 2011

Controcorrente come i salmoni... ( il sogno prende forma)

Rieccoci qui, cari amici. Dove c'eravamo lasciati? A Settembre giusto? Un Settembre insolitamente caldo e pregno di pensieri. Ognuno di voi mi ha regalato un commento per me preziosissimo, un'impressione di vita che ha voluto condividere qui con me e con gli altri presenti.
Oggi stavo rileggendo e correggendo la prima stesura del libro al quale sto lavorando da un anno a questa parte. Lo sento sempre più parte integrante di me. Ogni giorno che passa, piccole gocce d'inchiostro si aggregano ed io realizzo quanto questa creatura (in stato ancora embrionale) stia vivendo di vita propria, qui all'interno del mio intimo, crescendo quotidianamente...proprio come un'entità che evidentemente non vede l'ora d'uscire e fare la propria strada nel mondo insieme a voi :-)
Da oggi questo sogno ha un nome ben preciso : << Controcorrente come i salmoni >> (storie di vite vissute fuori dai pentagrammi). 
Soffermandomi a riflettere sulla curiosa vita di questa specie acquatica ho compreso ancora di più il perchè questo titolo calzasse a pennello per il "prossimo nascituro". Il salmone è un essere vivente che rappresenta da sempre la natura "anticonformista", libera da paletti prefissati e percorsi prestabiliti da qualcun altro. Ma il suo modo di non conformarsi "supinamente e passivamente" non è mai fine a se stesso, nè tanto meno dettato dalla reazionaria voglia d'attirare attenzioni in maniera egocentrica. Egli segue in verità spontaneamente "il flusso della vita",  in modo indipendente e molto arguto: risale la corrente mostrando forza e determinazione insita in sè, per tornare dal mare alla sorgente d'acqua dolce, laddove è nato. Lì deporrà le uova e darà ai nuovi esemplari il miglior habitat possibile alla loro esistenza.
Quest'affascinante percorso inconsciamente ha ispirato anche me, che come tutti mi affanno a nuotare nelle acque agitate della vita, imparando a sbracciare anche contro corrente quando serve...ma sempre e solo per seguire il mio naturale flusso e deporre le "mie uova" ( che sono rappresentate nel mio caso da gesti, parole ed esperienze).
Oggi ho voluto unire tra di loro piccoli sprazzi di manoscritto. Prelevarli dai vari racconti diversi che lo compongono e farne un "piccolo collage". Una sorta di "tagli e cuci", buono per condividere con voi un piccolo riassunto che ci dia il gusto ed "il senso" di ciò che sta pian piano prendendo forma. Buona lettura come sempre a tutti coloro che ne hanno piacere, scambiare opinioni con VOI è per me un vero PRIVILEGIO. Vi abbraccio calorosamente!

 - ALESSANDRO  DE  VECCHI -

 ( Ringrazio di cuore la mia cara amica Emanuela Bianchi, che sta realizzando questa meravigliosa illustrazione . E'  "la bozza della copertina" - non ancora terminata - ma adoro appunto mostare le fasi di lavoro che precedono il risultato finale ).


........ (segue da narrazione antecedente)....la sera precedente, al pub, tra un piatto ed un bicchiere di vino, avevo intravisto sul bancone un pesciolino rosso. Un “apparentemente banale” pesce rosso, che stava dentro ad una minuscola e misera boccia di vetro. La cosa inspiegabilmente rapì la mia attenzione. Non lo so se per via di qualche bicchiere di troppo, o per la malinconia che albergava in me… sta di fatto che iniziai a provare compassione per quella creatura. Se ne stava li: in quello spazio angusto e insufficiente ad una dignitosa esistenza. Non faceva altro che nuotare in senso orario, consumando quei pochi centimetri di vita che aveva a disposizione, in pochi istanti. Ben presto mi face una pena pazzesca. Me lo immaginavo impazzire dalla voglia di fuori uscire da quella “galera”. Prendere la rincorsa per frantumare quella boccia e cominciare a vivere davvero, al di fuori di quel ridicolo catino da “attrazione circense”.
La verità è che mi sentivo anch’io esattamente come quel pesce. La mia boccia di vetro era rappresentata invece da una vita che mi andava oramai troppo stretta, addirittura al punto sentirmi “murato”, in una spazio senza speranze né barlumi luminosi.
Più in la nel tempo provai a realizzare che evidentemente quel pesce e quella sfera di vetro al pub forse neppure esistevano. Già, esattamente così: probabilmente come in un miraggio le avevo semplicemente immaginate e proiettate io… perché era sintomatico che quel triste pesciolino imprigionato, ero in realtà io: ostaggio di una vita di cui non ero più il timoniere.
Nell’esporre questo segreto ai miei amici avevo più volte usato il termine “esasperata prudenza”. Ebbene, ricordo che conclusi le mie confessioni con una considerazione basata su un’allegoria: sovente le cose dinanzi a noi sono “neutre”. E’ il nostro libero arbitrio, nonché l’uso che facciamo d’esse, a renderle positive o negative.
Penso alle sostanze chimiche: queste possono essere usate per curare malattie e migliorare lo stato salute, così come possono invece degenerare nel deleterio uso di droghe sintetiche.
Nella mia vita, proprio a causa di talune vicende, ultimamente mi capita di fare questi pensieri riguardo ad una sensazione: la prudenza.
Essa, a mio parere, non è un concetto solo ed univoco. Non esiste infatti una sola specie di “prudenza”: anche qui, i risultati dipendono da quale scelta compiamo.
Adoro fare una metafora che paragona la prudenza al colesterolo. Sappiamo che esiste il colesterolo “buono” (necessario all’organismo) e quello “cattivo” (nocivo alle arterie).
Così è anche per questo sentimento: vi è una prudenza “sana”, la quale, ad esempio, ci suggerisce saggiamente di non metterci al volante ubriachi o di sfrecciare a 200 km orari.
Vi è altresì invece una prudenza molto meno saggia:  è quella nemica del coraggio e della vita. E’ quella esasperata ed inconcludente che castra le emozioni sul nascere. Quella che ci impedisce di saltare l’asticella dell’ostacolo che abbiamo di fronte. Rimanendo così col rimpianto di non poter più conoscere quanta meraviglia avremmo potuto vivere dall’altra parte della salita, con un minimo di sacrificio e coraggio in più. Poiché le cose più belle, si sa, spesso hanno bisogno di sapere anche quanto siamo disposti a metterci in gioco per meritarle.
Per questo mi ritrovo sovente a parlar d’AMORE e non solo INNAMORAMENTO: ci tengo a sottolineare la differenza che intercorre fra questi due termini. 
Chiunque nella sua esistenza si può scoprire innamorato, amare è invece ben più profondo e raro. L’amore è l’essenza solida che rimane intatta quando le vampate eteree dei fuochi dell’innamoramento si smorzano.
Ho cercato spesso il mio gettone della felicità. Talvolta lo rintracciavo in una persona o un rapporto umano, altre volte in un luogo o un’idea.
Col tempo ho realizzato che invece d’inseguire monete da inserire nella slot machine della beatitudine era il caso d’estrarre dai miei abissi il vero tesoro: la chiave che mi permettesse di aprire lo scrigno della serenità.
Così ho scoperto che quel passepartout era in realtà già dentro di me…si chiama consapevolezza di sé.
(continua...)

ALESSANDRO  DE VECCHI

giovedì 29 settembre 2011

I pensieri del giorno: "bussole, rivoluzioni, tasche zeppe ed inebrianti chimere"

P.s: ciascun piccolo pensiero o aforisma che qui condivido è frutto di una mia sana "eclissi della razionalità" .
Ognuno d'essi è stato da me inserito in un contesto narrativo ben più ampio: ossia nei vari racconti che sto scrivendo per completare quel piccolo grande sogno che è il mio prossimo libro.
Oggi ho avuto il desiderio di liberarne qualcuno al vento e sentirne il bisbiglio insieme a voi :-)
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  << Anche oggi il colpo di pistola dello starter ha dato il via. Mentre tutti affannosamente corrono per conquistare la fetta di mondo apparentemente più dorata, io scelgo di camminare al mio passo, qui: vegliando sui sogni reali ed abbandonati da chi li ha bollati utopie >>.

<< Ho la schiena provata da estenuanti sale d'attesa. Le unghie consumate da speranzosi lanci di dadi. Le mani in tasca, a cercare caldo conforto e riparo dal vento tagliente. Ho anche qualche sassolino di troppo nelle scarpe, alloggiato lì: ad attendere solo l'ossigeno e la luce di un giorno radioso...che come una meticolosa bussola mi troverà >>.

<< La prima rivoluzione da fare è quella dentro se stessi: non puoi mutare nulla di ciò che percepisci al di fuori di te se prima non ti affacci al tuo interno, addentrandoti senza paura. Consapevole del fatto che ciò che hai visto all'esterno non è altro che la proiezione di uno dei tuoi tanti specchi nascosti >>.


 <<Sei felice? Se la tua risposta è sì continua su questa strada, se è invece no o non sai rispondere con certezza, smettila di trovare sempre un alibi per te stesso o per circostanze avverse…cambia rotta e non aver paura del mare che ancora non conosci. Non guardare fuori! Tutto ciò che vai cercando è già dentro di te, devi solo affondare la mano al tuo interno anche a costo di scavare ed avvertire inizialmente dolore, poiché ciò che vedi là fuori o allo specchio, non è altro che una proiezione di ciò che ti giace interiormente >>.

<< Vivere è un po come sfidare il mondo ogni giorno: puoi avere nel mazzo tutti gli assi che il fato ti concede, ma più che le carte che hai tra le mani, contano le tue stesse mani e l'abilità nel saper mescolar e giocare ogni carta al momento giusto >>.


ed infine il mio augurio per tutti voi :

<< Vi auguro tasche straripanti di sogni...tasche da svuotare e ricolmare con la costanza dell'alba >>.

- ALESSANDRO  DE  VECCHI -

martedì 20 settembre 2011

Perchè scrivo?....

A volte me lo domando con veemente curiosità...e la risposta non tarda mai a sussultarmi nel sangue, come un allegro folletto.
Forse il motivo per cui lo faccio è ricordare a me stesso che siamo nati liberi: come un "UNO" parte del "TUTTO". Audaci come leoni nella savana. 
Scioccamente ci siamo poi costruiti gabbie di cemento e mutui, con le quali mentiamo a noi stessi promettendoci vana sicurezza. Con l'illusione d'essa ci leghiamo a catene, sequestrandoci lo spirito: il lucchetto in una mano...la chiave spezzata nell'altra. 
( ALESSANDRO  DE VECCHI )

<< Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile. >> ( FABRIZIO  DE ANDRE' )

giovedì 8 settembre 2011

* Piccola parentesi personale...( )

Capita di sentir dentro di noi pulsare l'esigenza di gettare due righe di carattere personale. Non è nelle "mie corde" e nel mio carattere "mettere in piazza" particolari del tutto confidenziali e riservati; perciò scriverò in modo privato e proseguirò mantenendo questa mia tradizionale riservatezza
Non so con certezza se la persona a cui spero che questo messaggio ben augurante arrivi, mi stia leggendo...ma io lo scrivo ugualmente con speranza e piacere.
Desidererei solo che la persona in questione sappia quanto il mio pensiero le è stato silenziosamente ed idealmente vicino in questo suo pomeriggio "delicato"... e che quel pensiero sarà altrettanto presente anche quando a fine mese dovrà sostenere un altro momento simile. Vorrei che sapesse che quel giorno sarò nuovamente qui: nel mio angolino, per non essere invadente. Ma  sarò emotivamente partecipe, sperando d'avere piacevoli notizie....e nella mia immaginazione, al termine, nascerà un sorriso sulle labbra di entrambi, ne son certo. 
:-)

martedì 6 settembre 2011

"IMPRESSIONI DI SETTEMBRE " (pensieri privi di guinzagli)

<< Il nuotare notturno merita una notte tranquilla,
non sono certo che tutte queste persone lo capiscano.
Non è come anni fa:
la paura di essere catturato,
della noncuranza e dell'acqua.
Loro non possono vedermi nudo,
queste cose scompaiono
rimpiazzate dalla vita di tutti i giorni.
Nuotare nella notte, ricordandosi di quella notte…
…Settembre arriverà presto
ed io mi sto struggendo per la luna >>.

Così recita un prodigioso verso dell’ammaliante canzone “Nightswimming” dei R.e.m.
Settembre è arrivato, presto, molto presto… così lesto da cogliermi impreparato, o per lo meno così mi è parso.
Non ho ancora archiviato in soffitta le infradito ed i gavettoni e già mi tocca fare i conti col calendario, che impietoso mi riporta all’ordine, manco fosse un colonnello dei marines.
Questo è un periodo dell’anno in cui solitamente ci metto un po’ per “carburare” nella quotidianità. Ho bisogno di prendere le “misure” e capire che autunno mi attenderà.
Forse è anche un po’ tempo di bilanci, dato che il mio compleanno è scoccato da meno di un mese. Esattamente così: quale occasione migliore dell’ennesimo “giro di boa” e “soffio sulle candeline” ci sarebbe per tirare le fatidiche somme? Complice il fatto che avrei bisogno ormai d’una bombola d’ossigeno per smorzare tutte fiammelle sul torta, mi arrendo alla pace con me stesso. Un armistizio saggio e armonico.
Nella partita della vita forse sto in pari col mondo, o forse no, ma poco m’importa: ignorando il risultato sto compiacendomi al massimo del privilegio di poter anche solo partecipare.
Per la verità mi accorgo di come, in questi frangenti, ho ben poca aspirazione di immettermi in conteggi e somme; lascerò dunque in sospeso giudizi ed aggettivi godendomi solo il momento presente.
Settembre dunque: il mese dei ritorni. Le mie solite passioni: il profumo del ghiaccio, lo stridere delle lame metalliche sopra d’esso, alle partite di hockey.
La chitarra suonata ai falò di addio all’estate.
La cioccolata calda.
Le alitate al vetro, mentre fuori il tempo manda in scena un meraviglioso temporale; con arcobaleno strappa-applausi.
Ed addentrandosi nel tempo: le foto che immortalano i primi tappeti di foglie rosse, come fulvo pelo di volpe.
A proposito di ricomparse: ho appena udito in me il ventre sibilare dal desiderio di scrivere. Ho un libro in sospeso, un libro con molti racconti, uno dei quali davvero lungo ed impegnativo.
Che dire? Scrivere non è affatto un’attività programmabile. Non è assolutamente concepibile il pianificare in quali giorni ed in quali ore sdoganare fluenti parole ed inchiostro.
Se vuoi scrivere non puoi sederti a tavolino ed aspettare l’ispirazione… semmai devi iniziare a camminare vagando, sino a quando non sarà l’ispirazione stessa a costringerti a sederti, per annotare ciò che è sbocciato nelle tue membra.
E’ rigorosamente questo ciò che fatto la scorsa notte: favoreggiato dalla mattinata libera che avrei avuto, mi sono concesso una camminata “a zonzo” nella prime ore della notte.
Ho accuratamente immortalato nel mio registratore mentale le luci dei pub.
Le risate delle compagnie di ragazzi coi calici tesi al firmamento ed impegnati nei brindisi.
I lampioni circondati da insetti, come in un’ipnotica danza inestinguibile.
Il suono delle suole delle mie scarpe da ginnastica, inzuppate nelle pozzanghere.
Il campanile che rintocca le ore piccole, inutile ed inascoltato monito a mandarti a nanna.
In quel flash temporale ho partorito queste riflessioni, utili a riprendere confidenza con il ruvido della carta ed il battere ritmico della tastiera.
Rincorro frequentemente i miei pensieri privi di guinzaglio.
Non mi lascio stare, ma neppure mi giudico. Getto gli occhi come bisacce sulla strada e sul mondo, poi li poso sull’amaca sospesa tra le nuvole.
Siamo briciole…briciole complete.
Mi lavo i denti, mi spoglio…vado a letto. No, ancora un istante: ho bisogno di udire ancora una volta il mio “carillon personale”, è incredibile come quell’oggetto sappia riportare alle mia memoria un ancestrale ricordo che mi dona la certezza d’aver qualcuno che da qualche parte, sotto lo stesso cielo che anch’io posso contemplare, mi può a suo modo donare la sua buona notte.
Terzo rintocco: sono le tre, il sonno non risponde all’appello. La scintilla della brama di cambiamento, invece, ha gran voce.
 - ALESSANDRO  DE  VECCHI -

venerdì 12 agosto 2011

" Il mormorio del carillon "

PREFAZIONE:
<< Cosa vuoi fare da grande? >>. Domanda ricorrente, che spesso da ragazzini formuliamo o ci sentiamo reiteratamente porgere da adulti e coetanei.
Oggi riflettevo proprio riguardo a questi interrogativi e sono giunto ad una mia personalissima conclusione: credo che il nostro percorso sia in qualche modo svincolato su duplici binari. Da una parte v’è la professione, il tangibile, ciò che facciamo per guadagnarci da vivere e dignitosamente galleggiare in un mare chiamato società. Dall’altro lato troviamo la nostra voce recondita, che ci suggerisce qualcosa di ben più complesso e profondo, ossia : << La tua esistenza non è assolutamente sintetizzabile in una fantomatica carta d’identità che svela quale professione svolgi, dove abiti, da quanti anni sei al mondo ecc…il nostro vissuto è molto, molto di più. Credo che ognuno di noi sia un essere unico ed irripetibile. Quel 2% di D.n.a che ci differenzia da ogni altro essere vivente è una risorsa infinita. In altri termini potrei avventare che in svariate situazioni sia proprio il nostro sub-conscio a scegliere per noi nella maniera più naturale e spontanea…il tutto mentre spesso i nostri pensieri aggrovigliati fanno a pugni tra di loro, pensando presuntuosamente di sapere sempre ciò che giusto e ciò che non lo è.  Pretendendo ogni volta il controllo totale di un corpo che si ribella e che, in modo inequivocabile, tramite i segnali, ci comunica cosa sente e cosa desidera realmente.
Così tornando alla fatidica domanda introduttiva: il mio corpo, le mie vene, il mio sommerso interiore, hanno scelto per me il mio vero ruolo in questo mondo. Hanno valutato qualche cosa che ovviamente non è riportato in alcun documento ufficiale. Mi hanno svegliato la coscienza e bisbigliato: << Fai lo Storyteller, il cantastorie…il tuo compito, dopo ovviamente aver provveduto con la tua professione a mantenerti, è quello di raccontare ciò che vedi la fuori ed ascolti da dentro. Raccontare, scrivere e comporre non è altro che sorreggere uno specchio: il lettore vedrà la sua immagine riflessa in un personaggio piuttosto che un altro, ti ringrazierà per averlo fatto riflettere…ma in verità tu saprai già che quelle riflessioni le ha compiute lui, tramite le sue risorse autonome. Tu gli hai unicamente offerto specchiera e lenti >>.
Premesso tutto ciò, oggi vorrei quindi raccontare. Qualche riga per chi avrà il piacere di specchiarsi, dunque. Un racconto? Sì, esattamente. Che sia frutto della fantasia o dell’esperienza reale poco importa, ciò che conta è che qualcuno leggendo si accorga di quanto ami ancora farsi sorprendere dalla vita…come pioggia che cade alla rovescia verso il cielo.
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Il frastuono della centrifuga mi desta. E’ a tratti fastidioso, così accosto la porta del bagno per attutire il fragore. Quella di questo pomeriggio è l’ultima lavatrice dopo il ritorno dal viaggio. Fortuna che nel mio bagaglio c’era davvero l’essenziale, ho ridotto il carico davvero al minimo pur di potermi portare appresso una delle mie inseparabili chitarre.
La estraggo dal fodero, una veloce accordatura. La corda del Sol è sempre parecchio scordata quando ripongo la chitarra e non la uso per qualche giorno.
Apro la scatolina dove custodisco i plettri. E’ una minuscola confezione di latta molto luccicante e dentro vi alloggiano una cinquantina di plettri colorati delle più svariate forme, dimensioni e spessore. La considero la mia collezione, ogni volta che entro in un negozio di musica non resisto alla tentazione di comperarne qualcuno. << L’unico modo per resistere ad una tentazione è cedervi >> diceva Oscar Wilde…evidentemente ho preso il consiglio alla lettera in questo caso.
Sono certo che la modalità più saggia di vivere che esista sia quella che ti fa arrivare alla fine dei giorni con un carico di rimorsi da doppio giro sulla bilancia, ma neppure un grammo di rimpianti.
La confezione metallica mi scivola dalle mani e cade sul pavimento. Tutti quei pezzettini triangolari di plastica si sparpagliano sul pavimento come biglie impazzite.
Li scruto a lungo uno alla volta, quasi volessi conoscerli meglio: ognuno di loro sembra ricordarmi un aneddoto, una situazione, che improvvisamente torna a galla e favoleggia di sé.
Taluni sono ricordi di giorni luminescenti e leggiadri, tal altri invece ben più cupi e torbidi. Li lascio filtrare tutti, senza pregiudizi di sorta. In fin dei conti il risultato di ciò che come persona  sono o non sono oggi è figlio d’ognuno d’essi, indistintamente.
Adoro una scena del film “ora e per sempre”, dove  Gioele Dix, parlando del sollievo del ricordo, afferma: << Perché il ricordo non è il rimpianto di quel che non c’è più, è la certezza gioiosa di ciò che c’è stato >>.
Così cammino a piedi scalzi sul pavimento, afferro il plettro che è finito sotto la sedia del tavolo e lo afferro con morbosa cura e dedizione.
Lo so bene, non è un plettro qualsiasi… è forse il primo che ho avuto tanti anni fa e gli sono esageratamente legato per ragioni affettive tutte mie. Ha la grafica della mitica chitarra di Eddie Van Halen e credo sia ormai “fuori produzione” da tempo.
Durante le vacanze ho avuto modo di suonare con Jim: un turista londinese nonchè abilissimo chitarrista blues. Mi ha insegnato miriadi di trucchi e tecniche musicali. Ogni volta che impugnava la chitarra io l’ascoltavo al limite fra l’incredulo e l’estasiato.
Ricordo una sera in agriturismo, dopo aver cenato assieme ad una ventina d’invitati, io lui e Chicco abbiam suonato davanti a tutta quella gente. Come abbia potuto vincere la mia proverbiale timidezza non ne ho la più pallida idea. So solo che i volti sorridenti e canterini mi hanno e ci hanno ripagato alla grande.
Repertorio misto ed improvvisato: uno spezzatino di canzoni italiane ed internazionali, per coinvolgere le famiglie italiane, quella inglese e quella belga lì presenti ed assetate di allegria… oltre che di buon vino locale.
Ebbene, nonostante i vapori della grappa artigianale, rimembro con lucidità le parole di Jim dopo aver rovistato nella mia collezione e scovato quel plettro: << Really nice! Collectible! I could not see one like it for years >> ( << Davvero bello! Da collezione! non ne vedevo uno simile da anni >> ).
Chicco si era avvicinato per osservarlo meglio e mi disse qualcosa tipo: << Ma è rotto a metà, non è più adatto a suonare, perché lo tieni insieme agli altri? >>
La mia risposta deve essergli sembrata così bizzarra da indurlo a sospettare che avessi sollevato un po’ troppo il gomito a tavola…ma posso garantire che ribadirei ogni singola parola con la medesima convinzione di quella sera.
<< Chicco, questo plettro non serve per suonare, lui suona da solo, come una carillon >>.
Ricordo lo sguardo incuriosito del mio amico mentre gli spiegavo ed aggiungevo: << Una persona per me importante possedeva una copia identica di questo oggetto. Glielo regalai io talmente tanti anni orsono da non ricordare più nemmeno quanti! Ogni volta che voglio percepire questa persona vicina, io avvicino al petto questo minuscolo pezzo di plastica colorata e ti assicuro che lo sento suonare, esattamente come un carillon. Quando la gente ha nostalgia del mare prende una conchiglia e l’avvicina all’orecchio udendo in essa la risacca delle onde. L’incantesimo è un po’ lo stesso, credimi, ma il timpano che ascolta, nel mio caso, è quello collocato al centro della mia gabbia toracica >>.
Flash back terminato, almeno per oggi. Tutti i plettri sono tornati “nella loro dimora”, all’interno della scatolina sfavillante. Tutti tranne uno: lo accarezzo, lo cullo ancora un poco. Mi pare di udire la melodia della splendida canzone “Ho messo via”, provenire dalla crepa centrale che vedo mentre l’osservo in controluce. Un raggio di sole l’attraversa, proiettando sulla parete della camera un inedito gioco di colori.
Lo infilo in tasca, ora sarà lui ad ascoltare ciò che gli suonerò e sono certo che l’armonia arriverà a chi di dovere.
Sol, Do, Mi minore, Do, Re :<< Ho messo via un bel po’ di cose ma non mi spiego mai perché, io non riesca a metter via te >>.

 - ALESSANDRO  DE  VECCHI  -

venerdì 29 luglio 2011

Prima di partire....nella valigia metto questo messaggio ....

...per voi tutti: lettori abituali, semplici curiosi o "bazzicatori" di questo piccolo nostro spazio.
Scrivo queste semplici righe mentre la valigia, alloggiata alla rinfusa sul pavimento, mi osserva col la zip ancora aperta. C'è uno spazio, un minimo pertugio: ho deciso che vi allogerò i miei saluti per ognuno di voi ed una mia poesia (tratta da "fuori dallo stormo", il  mio secondo libro pubblicato).
 Che sia una splendida estate ragazzi! A presto. Chiudo la valigia, parto. 
Sono convinto che al ritorno troverò una sterminata quantità di motivi in più per sorridere insieme a voi, pronti a raccontarci l'ennesimo sogno: quello più bello ancora del precente e, se possibile, meno del prossimo che verrà. 
Che le più belle storie del mondo siano con voi....

 “ SEMPLICE  COME  L’ IMPOSSIBILE “


Assorto,
appoggiato ai miei pensieri intrisi del tuo nome.
In equilibrio precario
sul vibrar della mia chitarra.
I calli delle mie dita,
indomiti,
proseguono la loro danza sulle corde.
Scriverti una canzone.
Farlo “di pancia”,
d’istinto;
poi con la sua melodia ballare nel buio.
Sono stato troppo cerebrale,
troppo razionale.
Al punto di scordare
che si volteggia meglio
senza tradire la semplicità.
Quella d’un aquilone fuggito dalle mani.
O quella d’una fetta di pane,
divenuta una scialuppa
per la morbida marmellata;
nel mare d’una tazza di latte.
So farmi trovare sempre nei miei blu jeans,
da chi come te m’aspetta ancora qui:
in un mondo tutto nostro,
che non ne vuol sapere di farsi etichettare.
Rido divertito mentre ti gonfi il petto
al motto di “io non piango mai”.
Sei in verità così vulnerabile
alla paura di soffrire.
Lasciati prender per mano.
Lasciati portare sotto le note di questo temporale.
Bagnamoci il viso.
Lasciamoci scorrere il tutto sulla pelle.
Infine chiniamoci sulla terra umida:
hai mai odorato
il profumo selvatico che ne scaturisce?
Ecco la magia di cui parlavo!
Non concluderò ancora questa canzone,
ne conserverò gli ultimi accordi solo per te.
Ora che sei pronta.
Ora che hai capito quanto l’amare sa esser semplice…
…Semplice come l’impossibile.

 - ALESSANDRO  DE  VECCHI -

venerdì 15 luglio 2011

L' EQUILIBRISTA IMMUNE AL CAMPO GRAVITAZIONALE

PREFAZIONE: Eccomi qua. Ho sciolto le riserve: ero combattuto sul postare o meno un "piccolo assaggio" di ciò a cui stò piacevolmente lavorando in questi mesi.
Dopo aver auto-prodotto due umili libricini che raccolgono mie poesie, un anno fa mi sono buttato a capofitto in una "sfida con me stesso": provare a scrivere una serie di racconti più o meno brevi.
Dalla poesia alla prosa dunque, continuando a raccontare ciò che da sempre risulta essere la mia stella polare: il quotidiano, "il qui, adesso". Descrivere e favoleggiare il presente, fatto di minuscole boccate d'eternità; troppe volte date per scontate e per questo ingiustamente ignorate. 

Siamo spesso così scioccamente immersi nel rivangare il passato o a fare grandi progetti per futuro, al punto tale di trascurare la sola cosa che deteniamo e su cui possiamo attivamente agire: il presente.

Finiamo troppo frequentemente col credere che solo quando avremo realizzato determinati propositi o raggiunto precisati traguardi saremo realmente felici; ma la verità è che spesso il piacere è già evaporato senza averlo assaporato, poiché giaceva nella bottiglia d’una bevanda chiamata “adesso”.

Non conosco ancora con certezza il titolo che darò a questo mio nuovo libro, nè quando lo completerò. Lavoro su di esso senza patemi o scadenze, armato solo di sorriso e serenità. Lo faccio mietendo idee e gettando inchiostro a giorni alterni e soprattutto solo quando ne sento la necessità dettata dalla bellezza dell'ispirazione.
Lascio qui solo un piccolo frammento, una testimonianza breve di queste mie gradevoli "notti in bianco".
Gli altri racconti profumeranno di carta un giorno o l'altro... e saranno a disposizione di chiunque avrà il desiderio o anche la semplice curiosità sfogliarli, spogliarli e restare in loro compagnia.
 Non mi rimane altro che seminare qui il primo germoglio di questo nuovo sogno, (un libro non è altro che la materializzazione di un sogno)...tutto il resto del "concerto privo di spartiti" si farà ascoltare da chi ne avrà il piacere. A presto quindi, o forse non sarà poi così tanto presto; ma questo non ha importanza: in fondo stiamo parlando solo di tempo.

Un abbraccio, buona lettura carissimi. Dimenticavo: GRAZIE DI ESSERCI, questo viaggio non sarebbe così avvenente senza di voi!

(ALESSANDRO  DE  VECCHI )
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<< L' EQUILIBRISTA  IMMUNE  AL  CAMPO  GRAVITAZIONALE >>


Nel giardino che confina con la mia palazzina una girandola colorata ruota vorticosamente, sollecitata dal vento. La bambina dei miei vicini se n’è accorta. Scende le scale come una furia, mentre si allaccia il giubbotto per non sentire il padre borbottarle appresso.

La guardo divertito mentre salta come un grillo e tende la manina a voler afferrare l’aggeggio in plastica che rotea costantemente.

La madre s’affaccia alla finestra, guarda la sua creatura con occhi amorevoli, poi abbraccia il marito e con un cenno entrambi mi salutano.

Walter il postino suona al mio citofono: c’è una raccomandata per me. Firmo soffermandomi su ogni lettera, quasi a voler ringraziare il mio nome, che da oltre trent’anni mi fa compagnia.

Il giovane impiegato mi consegna la busta, osserva incuriosito il nespolo accanto all’ingresso di casa mia, infine mi sottopone ad un’affettuosa pacca sulla spalla, accompagnata da queste parole: << Lorenzo, quando la tua pianta darà i frutti, mi concederai il piacere d’assaggiarne uno, vero? >>.

Divertito rispondo: << Ne baratterò volentieri una manciata con un sorso dei tuoi liquori fatti in casa. Sono così gentili da aiutarti a respingere qualsiasi tentativo, da parte della malinconia, di scavalcare lo steccato dell’ umore >>.

E’ sabato sera, esilio i miei pensieri cupi e via! Si riavvolge il nastro per poi premere sul tasto “play”. Farò in modo che proietti il mio viso da un’angolazione diversa, foriera di contagioso entusiasmo.

I Pub sono pieni in centro, non entra più neppure uno spillo: c’è la coda ad ogni ingresso.

Ci sposteremo più in periferia, magari dal buon Franco. Lui un posticino te lo rimedia sempre… poi, con quella voce consumata, finisce puntualmente con il lasciarsi andare al suo personale “albo delle gloriose memorie”.

Ti racconta di quando lavorava al porto e le ragazze facevano a gara per uscire con lui. I suoi occhi sembrano lampioni accessi in quelle occasioni.

Sapeva già che non avremmo neppure consultato le liste: ci ha portato dei panini così generosamente farciti da inondare di salse e condimenti l’intero tovagliolo che li avvolgeva.

Birra rossa nei boccali ed un Juke-box nel quale ogni volta mi perdo meravigliato, come fosse il pezzo più pregiato d’un museo. Elvis, Sinatra, Joe Cocker, Bob Dylan, Patty Smith e John Lennon: sono già knock-out solo leggendo le targhette che mostrano i nomi di questi “mostri sacri”.

Andrea, tra un sorso e l’altro, mi parla dei suoi progetti per il futuro: forse andrà a vivere in Svezia, è sempre stato il suo sogno. La crisi di lavoro qui ha accelerato la sua proverbiale tenacia nel bussare a tutte le porte.

Beh, pare proprio che tanto sudore sia stato premiato e non posso che esserne felice, anche se il pensiero di non vedere più così spesso quell’allegra canaglia un pizzico mi rattrista.

Nel frattempo Stefano e Roberto stanno come sempre bisticciando su tutto il possibile: temi etici, attualità, sport. Scommetto che sarebbero in grado di ingaggiare un “ testa a testa” anche sulle rispettive classifiche personali riguardanti le cucine tipiche regionali.

A loro confronto le sfide verbali nelle tribune elettorali televisive sono roba da dilettanti, credetemi! In fondo è proprio questo il bello di Sté e Roby: ci mettono una tale passione che quasi mi fa impallidire…ma soprattutto (ed è questo che adoro di loro), è la profonda amicizia reciproca che non viene mai meno.

Nonostante i dissimili punti di vista, nonostante siano l’uno il bianco e l’altro il nero, l’uno l’est e l’altro l’ovest, rimangono coesi ed uniti! Praticamente due fratelli.

Simona e Maya interrompono la caciara, richiamano la nostra attenzione: dicono d’aver sentito il suono di forti sgommate provenire da fuori, seguite dal fragore chiassoso delle sirene a tutto spiano. Ci si affaccia all’uscio ed è esattamente come pensavo, siamo alle solite: “Rullo” e “Ghigo” non riescono proprio a tenersi lontani dai guai con gli sbirri…questa volta il loro “bullismo un po’ naif” li ha spinti a qualche rombata di troppo sul pedale.

Fuliggine ovunque li ricopre, mentre gli agenti scendono dalle pantere, spengono il lampeggiante ed ha inizio lo scontato rituale.

Andrea ci propone una passeggiata in centro per digerire; all’unisono annuiamo.

Un saluto affettuoso al buon Franco ed in tempo record ci si culla come neonati nei propri giubbotti.

C’è aria frizzante, ma è quella temperatura di fine Settembre che in verità gradisco: sembra fatta apposta per tenermi bello sveglio, per strinarmi un po’ e regalarmi un passo più sportivo.

I ragazzini entrano ora nei locali più alla moda, i luoghi “pettinati”. Li abbiamo sempre chiamati così perché sono frequentati da gente che fa dell’apparire (e non certo dell’essere) la propria ragione di vita.

Chi frequenta quel tipo di posto pare ami uniformarsi ad una serie di dogmi e patetici “lavaggi del cervello” dettati della società e del consumismo “usa e getta”.

Per intenderci: lì, se non hai anche le calze ed i boxer firmati, finisci col suscitare lo sguardo disgustato dei raffinati “figli di papà”.

Passiamo oltre, di queste cose assurde ormai abbiamo imparato a sorrider sopra.

Stiamo chiacchierando allegri tenendoci tutti per mano. Improvvisamente un episodio mi estranea e mi fa riflettere in profondità, almeno quanto un  pozzo dalle monete sommerse.

Un anziano signore sta pedalando per le vie che portano in piazza. Non si tratta di una comune bicicletta, ma piuttosto di un bizzarro mezzo a tre ruote con una sorta di carretto sul retro. 

Ebbene, nel cestone di legno posteriore c’è una radio accesa, una di quelle d’epoca, con tutti quei pomelli tondi in legno che regolano il volume e la sintonia delle stazioni.

L’uomo è canuto ed anche la barba è quasi completamente bianca.

L'osservo quasi ipnotizzato, così curvo su se stesso spingere sui pedali, mentre la sua radio diffonde a volume rispettoso, ma percettibile, vecchie canzoni popolane.

Improvvisamente dall’altro ciglio della strada scoppia una serie di fragorose risate, seguite da un cocktail acido ed intollerante d’insulti, sfottò ed occhi taglienti puntati addosso, manco fosse criminale.

In pochi istanti il quadro mi è chiaro: per la gente assiepata ai lati delle strade, quell’uomo se l’è davvero cercata e meritata la bufera di sberleffi ed occhiatacce. E’ evidente che per la maggior parte di costoro la sua “colpa” sarebbe proprio quella d’essere “diverso”.

Per un attimo mi sento amareggiato, sento vibrare il forte istinto di raggiungerlo. Dirgli di alzare il tono della sua radio, di non dar retta a quelle risate irrispettose e agli epiteti che aumentano a dismisura.

Vorrei gridare alla marmaglia presente una frase che ho imparato tempo fa: << Quando presuntuosamente punti il dito per dare giudizi, guarda bene la tua mano: un dito indica un bersaglio, ma ben tre dita indicano te stesso. >>

In fondo la verità è che la gente ha sempre avuto paura di ciò che non conosce, di tutto ciò che è “differente”, che comporta uno sforzo di comprensione. Molto più facile giudicare, additare come pestilente, sciocca o sovversiva ogni persona che essendo se stessa non è conforme o uniformata.

L’attempato ed originale ciclista si volta verso la folla curiosa. Qualcuno forse si aspetta una reazione, un prevedibile scatto.

Sorprendentemente nulla di tutto ciò avviene, anzi la scena che è seguita credo sarà destinata a rimanere nella mia scatola cerebrale a lungo; come uno degli insegnamenti morali più alti e preziosi.

Come detto “Nonno DJ” (così è già stato ribattezzato dai tanti “benpensanti” presenti), si volta. Ferma il carretto, abbozza un sorriso tranquillo, pacifico; per nulla turbato né offeso.

Infine riprende la pedalata, dopo aver donato una serena carezza ad un ragazzino a pochi centimetri da lui. Il suo viso è un affresco evidente della sua serenità cosciente.

Qualche metro più avanti fischietta “Rosamunda”, coprendo il motivetto alla radio… ha stravinto, con classe, con la forza più grande che esista: la dignità e l’amore per il proprio essere e per il prossimo.

Una domanda mi sgorga spontaneamente: <<Avete mai fatto caso a come, spesso, le persone che sorridono di più siano anche quelle che hanno sofferto maggiormente? >>.

Questa vicenda, così apparentemente banale, mi riporta gioiosamente ad alcune massime che mi sono annotato nei miei quaderni, negli anni. Ho sempre avuto la passione degli aforismi che descrivono il pensiero libertario. Beh, ce ne sono un paio in questo frangente che tentano di uscire allo scoperto: << E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono ‘saggiamente ‘ limitati a ciò che appariva loro come possibile non hanno mai avanzato di un solo passo >> (Michail Bakunin).

Vi sono poi quei mirabili tratti “dell’imperativo categorico” e della “critica della ragion pratica” di Kant, che tanto mi han meravigliato: << Fai quello che devi fare, non perché vi sarà qualcuno che ti darà un premio o una punizione, ma poiché sai che lo devi fare. Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me >>.

E’ un sabato sera, come tanti. Esattamente quello che molti altri miei coetanei staranno trascorrendo, nel modo a loro più congeniale e gradito. Eppure io sento in me qualcosa che si muove, come scosse d’assestamento all’asse di rotazione delle mie credenze e della mia vita.

Forse è puramente una mia bizzarra fantasia, mi piace pensare che questa circostanza mi sia stata donata come incoraggiamento a proseguire su questa strada. Una carreggiata per certi versi tortuosa ed ardua…ma maestra d’apertura.

Ho appena afferrato il cellulare ed inviato un s.m.s. ai miei amici Francesco e Valeriana. Ho spedito loro una frase che mi è germogliata in mente, l’ho fatto perché per me sono due esempi di persone che emanano senso di svincolata volontà:

<< Come l’odore dell’ozono preannuncia la pioggia, così esiste un senso remoto che ti fa scorgere il profumo di uno spirito libero >>.

Di fronte alla fontana, mentre Andrea e Simona si baciano, Maya alle mie spalle mi stringe mordicchiandomi l’orecchio sinistro.

Divengo rosso come un semaforo durante queste sue manifestazioni d’affetto.

Guardo la nostra immagine riflessa nell’acqua. Penso a quanto è bello il suo animo; è letteralmente accecante il candore scintillante della sua aura.

Ecco, guardare la propria indole allo specchio e dal confronto col proprio riflesso, uscirne a testa alta: questo è ciò che indubbiamente conta per me.

Non riesco a sradicare gli occhi dalla fontana che riflette la luce del lampione, né a far uscire dalla mia mente l’elevatezza di quell’uomo, così in pace e fiero d’esser chi è, a qualunque costo.

Medito riguardo a come non fosse minimamente interessato agli scherni, agli indici puntati in segno di derisione.

Tutto ciò mi porta, non so bene per quale ragione, a riconsiderare gli ultimi due anni della mia esistenza.

Ho visto gente avvicinarmi e, giorno dopo giorno, proclamarsi chi “amico per la vita intera” chi “fratello di sangue” chi “simbioticamente legato alla mia persona”.

Ho sentito codeste assicurazioni più sontuose d’un solenne giuramento politico dissolversi come nevischio al primo pallido sole. Ho compreso quanto certe promesse siano come alcuni profumi confezionati: durano finchè l’alcool non evapora, lasciando solo il timido ricordo della fragranza.

Ho assistito a sfilate di volti cangianti come cartelloni pubblicitari: scrostati, sbiaditi in pochi mesi ed auto-sostituitisi con una passata di colla; buona per un nuovo manifesto sorridente.

Un movimento caotico, del tutto simile alle palline impazzite di un flipper.

Un andirivieni degno della più intrecciata soap-opera, dove certi personaggi del cast entrano, escono e poi rientrano; secondo le proprie esigenze ed a proprio piacimento.

Peccato non si siano resi conto che l’ingresso in questione non sia una porta girevole di Hollywood, bensì l’accesso nella mia vita e nei miei ventricoli pulsanti. Quelli di una persona umana fatta di pregi ed altrettanti difetti. Di carne, ossa, ma soprattutto sentimenti veri (nel bene e nel male); che nulla hanno a che fare con la finzione e con la plastica.

Già, proprio così: ho parlato di sentimenti. Quest’ argomento così scottante, così facile da dribblare meticolosamente e volutamente.

Che dire? Chi mi conosce almeno un poco sa quanto la retorica sia poco tollerata dal mio d.n.a.

Ma a costo di passare enfatico, sarei pronto a scrivere col sangue che, per quanto mi riguarda, intendo gli affetti come una casa. Nel modo più assoluto non una fortezza blindata con uno spioncino che dà sul giardino recintato, ma una dimora calda, luminosa ed accogliente… priva di serrature e con un’enorme finestra spalancata sul mondo. Quel creato fatto di strade e vicoli, da percorrere camminando o correndo a proprio modo e proprio passo.

A proposito di modi e passi: credo sia arrivato anche per me il momento di sintonizzare la radio della mia voce inconscia e recondita.

Ruotare l’antenna, scegliere la mia frequenza ed il volume…passeggiando a testa alta, come quell’anziano uomo che, degno di quel famoso adagio di Oscar Wilde, ci rimembra per bene una profonda verità: <<La vita è il tipo d’insegnante più difficile: prima di fa l’esame, poi ti spiega la lezione >>.

Le ore si stan facendo piccole. Il letto mi attenderà, così come la domenica mattina, la colazione con Maya e le risate coi miei cari: un caffé zuccherato di poche ma delicate certezze, che emergeranno nella tazza zeppa di punti interrogativi dei miei domani .

Sento d’essere un po’ come il fiato sospeso che precede il tuffo selvaggio da una cascata.

Come un equilibrista immune al campo gravitazionale…a piedi nudi, lungo la linea dell’orizzonte.



 ( ALESSANDRO  DE  VECCHI )